Mi farebbe bene rifugiarmi nella foresta, farmi coccolare dagli alberi, lasciare che il verde assorba e diluisca il nero. Dan mi ha mandato un'immagine dell'albero Alberto che cresce, sono felice di averlo piantato e che papà l'abbia visto nelle mie foto. Adesso vorrei sedermi nella sua ombra rasserenante. Purtroppo non riesco ad andarci in questo momento, posso assentarmi solo per una settimana a ottobre.
Ho deciso allora di tornare in Kenya, due voli brevi e solo un'ora di fuso orario. Lì la natura si contempla a distanza di sicurezza, non si può certo passeggiare tra i leoni, però ho scelto un itinerario fuori dalle rotte turistiche per immergermi indisturbata nei panorami e osservare la vita libera degli animali intorno a me. Ve lo racconterò nel dettaglio in un altro post, ma già l'idea di partire mi fa sentire meglio.
Intanto ho un gatto, un fratello e amicizie profonde che rinverdiscono le mie giornate e miei pensieri ogni volta che ne ho bisogno. Sono una Barbuna fortunata.
In questo rovente finale di giugno con l'aria immobile appesantita dalla puzza di smog e rifiuti bolliti al sole, con l'asfalto molle e incandescente come un fiume di lava, con il cemento dei nostri palazzi che moltiplica il calore anche di notte, sento ancor di più la nostalgia per le "mie" foreste indonesiane. Il caldo nella giungla tropicale è intenso, ma lontanissimo dai 56 gradi a terra dei nostri marciapiedi assolati, nella foresta il panorama è verde, l'aria sa di natura e non di sporcizia.
Ci servono più alberi.
Lo capite quando il sole batte direttamente sulle finestre di casa senza il filtro di un bel fogliame rigoglioso. Lo capite quando non trovate un albero in tutto il quartiere sotto il quale parcheggiare l'auto e lasciarla al sole significa aprire la portiera sentendo Benedetta Parodi accogliervi nell'abitacolo al grido di "Dolci in forno!" e vi grigliate le mani sul volante arroventato. Lo capite quando siete costretti a portare fuori il cane alle cinque del mattino quando la temperatura è soltanto di trenta gradi. Lo capite perché ormai lo sanno anche i negazionisti che le nostre estati stanno diventando sempre più lunghe e bollenti.
Ci servono assolutamente più alberi. In tutto il mondo. Non solo per rinfrescare le città, non solo per ripulire l'aria dai nostri scarichi, non solo per proteggere la terra da troppo sole o troppa pioggia, non solo per darci frutti e fiori e legname e carta, non solo per preservare coste e pendii dall'erosione: le piante, terricole e acquatiche, fanno parte del ciclo vitale del nostro pianeta, senza di loro sarebbe un sasso disabitato che rotola nello spazio. Dobbiamo proteggere le piante che abbiamo, ripiantare quelle che usiamo e moltiplicarne la quantità ovunque.
E poi sono belle. Ogni pianta è affascinante sia nell'aspetto che nel funzionamento. Ho letto storie incredibili sulle strategie di sopravvivenza e riproduzione di semi, foglie, fiori, spine, rami e fusti. E ho letto le storie di chi, come me, per amore delle piante ha compiuto viaggi per i quali era fisicamente impreparato solo per godere della loro vista e scoprirne i segreti. Come la signora Jamaica Kincaid che si è imbarcata in un incredibile trekking sull'Himalaya in cerca di semi e come il botanico Chris Thorogood innamorato fin da bambino di un fiore che rischia di estinguersi per mancanza di habitat ed è andato a cercarlo nelle Filippine e in Indonesia per studiarlo e sperare di salvarlo.
Madre Natura non ha bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di lei.
Quattro giorni fa si è spenta Biruté Galdikas, l'ultimo dei tre angeli di Leakey, la più giovane delle tre pioniere della primatologia. Ha data un inestimabile contributo non solo allo studio degli orangutan, ma alla protezione loro e della loro foresta in cui vivono, dedicandovi la sua intera vita. Ho scritto spesso di lei in questo blog, ogni volta che sono stata a Camp Leakey, che Biruté ha fondato nel 1971 intitolandolo al suo mentore.
Ripenso a quella sera del 2019 quando mi trovavo sul molo del lodge di Rimba con le mie amiche, l'ultima sera in Kalimantan. Stavamo caricando le valigie sul klotok che ci avrebbe portate via e il lodge era tutto addobbato per dare il benvenuto alla professoressa Galdikas e ai suoi ospiti in arrivo. Sperando di incontrarla, ci siamo attardate il più possibile, ma alla fine siamo dovute partire. Salpate da poco, abbiamo incrociato un klotok che navigava in direzione opposta e sul ponte superiore un gruppo di persone conversava attorno a un grande tavolo di legno. A capotavola, c'era una donna con capelli grigi scompigliati sotto un cappello: era Biruté Galdikas. L'avevamo mancata per pochi minuti e la delusione fu tale che cercammo di convincerci che non fosse lei, ma sapevano di aver appena sfiorato una delle nostre eroine. Un'occasione perduta ormai per sempre.
Grazie per essere stata una straordinaria ispirazione come donna e scienziata, per aver dimostrato che ogni creatura ha un'anima e una personalità, per aver lottato tutta la vita per proteggere la natura. Buon riposo.
Oceani, mari, laghi, fiumi, le creature che li abitano e un percorso delicato e potente che rinnova la vita attraverso il cielo per tornare a dissetare il nostro pianeta blu.
Nelle fioriere sul mio balcone coltivo solo piante infestanti, menta e ciclamini, perché non necessitano di alcuna cura e sopravvivono alla mia pigrizia. Semino solo erba gatta per Bio, ma anche quella poi cresce da sola, nonostante non si capisca più in che stagione siamo. Le zanzare estive incontrano le cimici invernali e si menano, sostenendo ognuna che sia il proprio periodo di competenza. Cappotti e canottiere condividono l'armadio fianco a fianco.
Peris mi ha mandato questo video ripreso sull'autobus con cui va al lavoro: le vie di Nairobi, che già sono impraticabili per il traffico, trasformate in fiumi con tanto di onde. Ma vi immaginate attraversarle sul van di Junior?
Dan mi scrive deluso dopo un'altra giornata a discutere con le autorità statali del Way Kambas e la polizia locale. Parlavano di migliorare la collaborazione per proteggere la foresta e gli animali, ma quelli gli hanno chiesto fondi per finanziare l'attività. -Ma il parco appartiene a voi o ad Alert?- ha risposto. Chi lavora per la conservazione di questo ambiente prezioso non è apprezzato e supportato come meriterebbe, anzi è ostacolato da burocrazia e corruzione, perfino sfruttato perché le autorità vedono le associazioni ambientaliste come fonti di donazioni per finanziarsi quando quei fondi dovrebbero venire dal governo. Mi è dispiaciuto sentirlo tanto scoraggiato, capisco la sua frustrazione perché so quanto impegno mette con i suoi ragazzi nei progetti di sviluppo sostenibile e li vedo rischiare la vita ogni volta per spegnere gli incendi con i pochi mezzi a disposizione. Cerco di tirargli su il morale ricordandogli che le nuove generazioni sono più sensibili riguardo la natura, lo dimostrano i giovani di Rantau Jaya Makmur con il loro piano per l'ecoturismo, gli studenti che visitano il Way Kambas (anche se mi hanno raccontato che un bambino di città ha chiesto quale fosse l'albero delle patatine fritte) e i movimenti giovanili in tutto il mondo. Certo, ci vorrà ancora qualche anno prima che siano loro a governare, ma intanto facciamo del nostro meglio. Per consolarlo, gli ho mandato la foto di Penelope e Lucio con le magliette di Alert che ho comprato per loro e la didascalia "The next generation is coming!" Finalmente, mi ha risposto con una faccina sorridente. Non perdiamo la speranza, malgrado i nostri piccoli sforzi appaiano insignificanti di fronte al disastro globale, c'è un elefantino zoppo che conta su di noi e basta questo perché ne valga la pena.
A questo proposito, mi vengono in mente le storie di Mister Bonari sul bracconaggio. La fondazione per la protezione dei rinoceronti, come vi ho già detto, ha facoltà di arrestare i bracconieri e consegnarli poi alla stazione di polizia locale. Mi ha raccontato che per portare i criminali fuori dal parco devono inventarsi piani da film di spionaggio perché hanno paura di attraversare i villaggi da cui provengono che potrebbero insorgere in difesa dell'arrestato. Anche le pene previste non sono un gran deterrente: un anno di galera che può essere convertito in una multa. Pagano e tornano ad appiccare incendi e piazzare trappole. -Va cambiata la mentalità della gente- dice Mister Bonari -altrimenti non se ne esce.- A volte, riescono ad arruolare ex-bracconieri nella fondazione, pagandoli proprio per pattugliare il parco forti della loro esperienza nel lato oscuro; anche i ragazzi del progetto ecoturismo li impiegano come guide per i turisti nelle escursioni al Way Kambas e l'anno scorso vi ho raccontato il mio bell'incontro con l'ex-bracconiere che Alert ha aiutato ad avviare l'attività con le arnie per api. Peccato che non siano molti i delinquenti disposti a cambiare vita, nemmeno con il supporto di tutte le associazioni, perché sono privi di lungimiranza e voglia di lavorare onestamente, preferiscono il facile e immediato guadagno illegale, senza preoccuparsi che ai loro figli non resterà nulla per il futuro. Ma anche Mister Bonari vede una maggior consapevolezza nei giovani e, malgrado in tanti anni di servizio non abbia visto grossi miglioramenti nell'atteggiamento del governo, spera ancora nel cambiamento.
Vorrei poter fare di più, anche se ho pochi soldi e impiego un'ora a piantare tre alberi. Vorrei farlo per gli alberi e gli animali, vorrei farlo perché questi ragazzi meritano supporto e rispetto, vorrei farlo per non sentire più Dan triste e scoraggiato. Sulle pagine del mio amato National Geographic trovo tanti reportage su questo tipo di battaglie, ce ne sono in tutto il mondo, per le foreste e per gli oceani, per i pesci, gli uccelli e i mammiferi, per le comunità che con la natura convivono in armonia da sempre, penso agli Indios in Amazzonia che vengono uccisi per il loro attivismo sulla conservazione, o all'omicidio di Dian Fossey, mentre le sue colleghe Jane Goodall (che ha da poco compiuto 90 anni) e Biruté Galdikas continuano a lottare e insegnare che siamo parte dell'ambiente, non padroni, come ho imparato da Piero Angela fin dai tempi di Quark. E, tralasciando le celebrità, sono fiera di tutti i miei amici che contribuiscono in mille piccoli modi con la loro attenzione.
Certo, siamo troppi al mondo per pretendere che il pianeta ci sostenga senza danni, ma ridurre il nostro impatto è possibile, partendo dalle piccole cose quotidiane. Che sia per vero amore per la natura, per principio, per voglia di ribellione o anche solo perché va di moda, l'importante è che qualcosa si muova nella giusta direzione. Così Penelope e Lucio, quando avranno la mia età, potranno ancora godere delle meraviglie che ho vissuto io.
In attesa di rivedermi in aprile, i ragazzi di Alert mi tengono informata sulle giornate al Way Kambas. Le piogge sono arrivate anche se non sufficientemente abbondanti per impedire gli incendi. Nel frattempo, per non farsi mancare nulla, i bracconieri continuano a piazzare trappole e quando, durante i giri di pattuglia, Alert e i ranger le distruggono, quelli appiccano altri incendi. Sembra una battaglia infinita. Vi ho raccontato dei progetti per dare ai bracconieri una fonte di sussistenza legale in modo da salvare gli animali e assicurare un futuro alle loro famiglie in questo post, ma vi ho anche raccontato che alcuni continuano a preferire il facile e veloce guadagno del bracconaggio a un'attività lavorativa vera. Sono criminali senza speranza e senza pietà.
In una delle loro trappole è finito una cucciola di elefante. Terrorizzata e ferita, l'elefantina si agitava peggiorando la morsa della trappola intorno alla caviglia. I miei ragazzi l'hanno trovata e, con grande fatica, liberata per poi portarla in uno dei centri ERU (Elephant Respon Unit), dove i veterinari sperano di riuscire a salvarle la zampa. I video che mi hanno inviato, girati per testimoniare e denunciare il problema, mi hanno spezzato il cuore. Vi risparmio i filmati della liberazione e del trasporto, lunghi e dolorosi. Questa è la cucciola al centro di recupero.
Per fortuna, gli eroici ragazzi di Alert e ERU l'hanno trovato in tempo, ma ci vorranno molte settimane prima che la ferita guarisca e non è detto che il cucciolo recuperi l'uso della zampa. Per tutto il tempo dovrà restare confinata per le cure. Immaginate quanta paura e sofferenza stia patendo questa elefantina. Che razza di persona fa una cosa del genere?
Se vi state chiedendo come potete contribuire a combattere questa piaga, la riposta è molto semplice: non acquistate nulla che derivi dal commercio di animali selvatici o che contribuisca alla deforestazione, sostenete le associazioni che proteggono la fauna e l'ambiente. Potete fare una donazione ad Alert attraverso il loro sito https://alertindonesia.org/ o, per i più avventurosi, venire a Sumatra a dare una mano di persona. Anche trascorrere le vacanze qui e comprare prodotti dai produttori locali può aiutare la comunità a sostenersi con il turismo e a considerare il parco e gli animali come una risorsa da difendere, non da sfruttare.
I ragazzi di Alert mi inviano aggiornamenti quasi quotidiani che hanno il potere di riportarmi a Sumatra, come il profumo dell'ottimo caffè che mi hanno regalato e mi gusto nella stagione delle copertine e delle fusa di Bio in braccio.
Con ogni messaggio, per qualche minuto, mi portano via dal frastuono della città e dalle cronache di guerre sempre più vicine, mi portano via dallo stress del lavoro che perde senso se non per lo stipendio di cui non si può fare a meno, mi portano a quei giorni buoni in cui la fatica si ripaga sommando piccole gioie e si insiste a creare dove gli altri distruggono.
Dan mi ha mandato una foto degli abitanti del villaggio dove abbiamo costruito e verniciato la torretta di controllo che ci passano la notte sorvegliando gli elefanti in fuga dagli incendi.
Con i cartelli stampati in italiano, i miei ragazzi mi hanno dedicato una nuova videotrappola e una serie di catini collocati in diverse zone per dissetare gli animali durante la siccità.
La videotrappola installata il mio primo giorno non lontano da Susukan Baru ha ripreso una tigre!
E quella vicino a Jambon ha filmato un gruppo di scimmiette che si abbeverano ai nostri catini.
Hari è stato anche invitato in una scuola a tenere una lezione sugli uccelli del Way Kambas dove ha anche presentato il libro con le sue foto.
Dan, Salih e Dan junior mi raccontano con orgoglio degli incendi che la squadra riesce a spegnere, quello nella zona di Bambangan correva così veloce a causa del vento che nemmeno i serpenti riuscivano a sfuggirgli e ne hanno trovati alcuni carbonizzati. Storie e foto che mi rattristano e mi fanno arrabbiare, ma in tutto questo i ragazzi cantano, scherzano e non perdono mai il sorriso. D'altra parte è la loro vita di ogni giorno ed è l'unico modo sano di affrontarla.
E alla fine, la grande notizia che ha fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo è che finalmente è arrivata la pioggia!
Ora la foresta può riprendersi, gli alberelli nelle nursery di Alert possono essere piantati nella terra, gli animali possono dissetarsi, la minaccia degli incendi è sospesa e Dan riuscirà finalmente a dormire una notte intera.
Questo pomeriggio un nuovo incendio è stato appiccato dai bracconieri nella zona di riforestazione di Susukan Baru.
I ragazzi di Alert sono impegnati insieme ai ranger del Way Kambas nelle operazioni di spegnimento e, come sapete, non hanno grandi mezzi a disposizione. I video in questo post mi sono stati inviati da Hari e Dan, ripresi in diretta sul luogo del disastro.
Vedere tanto lavoro distrutto in poche ore è triste, ingiusto e fa incazzare. Naturalmente, i ragazzi sono disperati per questa perdita gigantesca, eppure sono lì a pompare manualmente acqua contro le fiamme finché non saranno tutte spente.
Arrivata la sera, l'incendio non è ancora stato domato, complici il vento e la siccità. Con il buio fa ancora più paura e spero che tutti rientrino illesi.
I criminali che appiccano le fiamme mettono in pericolo, non solo la foresta e gli animali, ma anche le persone che accorrono per spegnerle e quelle che abitano nei villaggi intorno al parco. Davvero i soldi sono più importanti di tutto questo?
Sono preoccupata per i miei ragazzi, anche se non è il primo incendio che affrontano, né il peggiore, ma starò meglio quando Dan mi confermerà che sono tornati tutti sani e salvi.
Ci vuole coraggio e uno spirito forte per non arrendersi. Oggi è una delle brutte giornate, oggi si subisce il colpo e si soffre. Domani ripianteremo gli alberi, uno per uno. Gli uccelli ci faranno i nidi, gli elefanti ne mangeranno le foglie. E ogni volta che li bruceranno, noi li ripianteremo.
Forza, ragazzi!
Se volete fare una donazione ad Alert, contattatemi in privato.
Sto
per lasciare la foresta e una manciata di persone così speciali che
si incontrano raramente. Oggi saluto i miei amici con una lettera che
lascio in ufficio perché la trovino quando sarò già via. Da loro
ho ricevuto più di quanto sia riuscita a dare, eppure continuano a
ringraziarmi e chiedermi di tenerci in contatto. E di tornare presto.
Penultima puntata del mio diario 2017, un'altra notte nella foresta, momenti teneri e scherzi.
20
maggio 2017
Ogni tanto anche in ufficio manca
la corrente, come dalla signora Titin. È che salta nell'intero
villaggio e tutti si fermano ad aspettare, se va bene solo qualche
ora, che torni. Per paura di perdere il lavoro fatto, salvo i file
ogni cinque secondi. Il mio laptop comincia a dare segni di
vecchiaia, la batteria si scarica in dieci minuti quando non è
alimentata via cavo, la scheda di rete inizia a dar problemi nel
connettersi ai wi-fi (quanti ne ha conosciuti in questo viaggio). Mi
sa che, appena me lo potrò permettere, dovrò mandarlo in pensione e
sostituirlo. Mi dispiace, ci sono affezionata, compagno di tanta
scrittura in tanti luoghi. Senza corrente, si spengono i due
ventilatori che rinfrescano l'ufficio e cominciamo a sudare.
Continuiamo a lavorare finché durano le batterie dei laptop, poi ci
arrendiamo. Ci sediamo sul pavimento in cerca di un po' di fresco,
parliamo, giochiamo a carte. Le condizioni di vita sono queste, che
vuoi farci?
Prosegue il mio diario 2017 sull'esperienza con Alert a Sumatra. La prima notte nella giungla e riflessioni sul futuro del pianeta.
17
maggio 2017
Scrivo
a lume di candela dal cuore della foresta. Mentre scrivo, vedo che ho
piccoli graffi sulle braccia, mi piacciono i graffi che mi lasciano
addosso le piante durante le giornate nel parco Way Kambas. Mi viene
in mente la scena del film Lo squalo
quando sulla barca in attesa di stanare lo squalo, si mostrano a
vicenda le cicatrici e ne raccontano le storie.
A settembre spero di riuscire a tornare dai ragazzi di Alert a Sumatra e, rileggendo il post sulle settimane con loro, mi sono resa conto di non aver raccontato tante cose di quell'esperienza. Mancava la connessione a Internet quindi alla fine ho pubblicato solo un riassunto, mentre il mio diario personale contiene tanti momenti indimenticabili. Ne ho condivisi alcuni con il pubblico della raccolta fondi, ma tanto è rimasto solo per me.
Oggi, però, voglio rivivere quel periodo raccontandovi qualche retroscena, così sarete preparati al mio ritorno tra i protettori del Way Kambas. Copio dal taccuino scritto a penna a quel tempo, aggiungendo solo qualche nota e sistemando la punteggiatura per renderlo più leggibile, quindi perdonatemi se i pensieri saltano di palo in frasca come i macachi, ma le pagine sono tante e dovrò pubblicarle in quattro post. Eccovi la prima parte della storia.
Chi ha seguito la mia avventura in Indonesia sa che sull'isola di
Sumatra ho avuto l'onore di collaborare con ALeRT, una piccola
associazione locale che opera con enorme impegno e grandissima
passione per la conservazione della foresta e degli animali del parco
nazionale Way Kambas. Ve ne ho parlato in questo post, ma il mio
legame con questi ragazzi è ancora saldo malgrado migliaia di
chilometri di distanza, perciò ho organizzato un incontro a
Milano per sostenerli.
Sono molto soddisfatta di come è andato, non tanto per me, che ero emozionata e in lite con la tecnologia del proiettore, ma per l'interesse del bellissimo pubblico che è intervenuto.
Ho voluto raccontare di ALeRT, di una realtà che ci pare lontana
eppure ci riguarda perché questo pianeta diventa sempre più
piccolo, ciò che accade al di là di un oceano prima o poi si
riflette anche nelle nostre vite e allora diventa importante. Ho
voluto raccontare di questi ragazzi che dalle generazioni precedenti hanno
ereditato un mondo da salvare: foreste distrutte, mari inquinati, animali a rischio di
estinzione, risorse in via di esaurimento. Ho voluto raccontare il
loro desiderio di consegnare questo mondo nuovamente rigoglioso ai
ragazzi di domani e mostrare quante difficoltà affrontano nel
realizzarlo.
Il pubblico ha seguito con interesse il mio percorso fotografico,
malgrado qualche piccolo intoppo superato con una
risata. Per esempio, parlando della piaga degli incendi appiccati dai
bracconieri, volevo far ascoltare il suono della foresta che brucia
con un filmato che io stessa avevo ripreso con il cellulare durante
una spedizione antincendio. Così, tutta orgogliosa, faccio
partire le immagini, ma non si sente nulla. Ritento. Tutti fanno
silenzio e tendono le orecchie, ancora nulla. «Molto bene, troverete
il filmato sul mio blog domani!»
Ed eccolo qui.
Audio e video, invece, hanno funzionato alla perfezione con questo
altro filmato, un montaggio delle scene riprese dalle nove
videocamere installate da ALeRT, in collaborazione con altre
associazioni, nell'area più interna e selvaggia del parco nazionale
Way Kambas. Oltre a servire per il censimento faunistico, queste
immagini mostrano gli animali liberi e indisturbati nel loro ambiente
naturale e forse non sono di gran qualità, ma io le trovo
meravigliose.
Per preservare tutta questa bellezza, tutta questa vita, e per
preservare anche la qualità della nostra vita, è necessario
intervenire con urgenza sulle cattive abitudini di tutti noi, non
solo rimediando ai danni, ma soprattutto attraverso l'educazione
ambientale. Sappiamo che non esiste uno stile di vita a impatto zero
con sette miliardi e mezzo di persone e non si tratta di diventare
fanatici dell'ecologia. Educazione ambientale significa semplicemente
essere consapevoli delle conseguenze che ogni nostra azione
quotidiana comporta, scegliere una via alternativa ogni volta che ci
è possibile, ridurre gli sprechi. Insomma, prestare attenzione a
piccoli gesti che, moltiplicati per tutti gli abitanti del pianeta, possono davvero fare la differenza tra un futuro in cui uomo e natura
convivono in equilibrio, godendo delle risorse disponibili, e un
deserto in cui la vita diventa impossibile per chiunque.
Sono grandi temi, enormi responsabilità, ma torniamo nel nostro
piccolo, torniamo a una manciata di ragazzi che spengono incendi,
piantano nuovi alberi e raccontano agli studenti invitati a visitare il parco che è possibile e
importante conservare la foresta che confina con i loro villaggi.
Organizzare questo incontro è stato il mio piccolo contributo
all'impegno dei volontari di ALeRT, persone comuni eppure
straordinarie che meritavano il pubblico straordinario che è
intervenuto. Seppur poco numeroso, ha dimostrato una grande
generosità e ringrazio ancora ogni ospite, come ho fatto di persona,
perché non mi aspettavo un risultato così importante e, come
promesso, ecco le vostre donazioni che partono per l'Indonesia:
Nelle prossime settimane, tornerò con un post per farvi sapere in dettaglio - e mostrarvi con qualche foto che ho chiesto di inviarmi - come sono
state investite le vostre donazioni. Intanto, però, potete già vantarvi con
gli amici, raccontando che in Indonesia sta crescendo un albero con il
vostro nome.
Ho l'impressione di non
aver mai conosciuto sorrisi così sinceri, occhi così brillanti,
spiriti così appassionati, cuori così forti come quelli che mi
hanno accolta il primo giorno e che ho dovuto salutare l'ultimo
giorno all'aeroporto di Bandar Lampung. Sono tornata in Italia
spezzata, una parte di me, una grossa parte, è rimasta a Sumatra.
Cos'è successo tra quel primo e ultimo giorno per spaccarmi in
questo modo?
Negli anni avete letto le mie storie su Stromboli, Kelimutu, Anak Krakatau, Kilauea, Mauna Ulu, il supervulcano Toba col suo lago e altri post da appassionata di geologia, soprattutto dalle Hawaii. Oggi aggiungo alla lista un nuovo vulcano, anzi, una bella caldera del diametro di 13 chilometri, tra le più grandi al mondo.
Signore e signori, vi presento il Monte Batur.
Come vi mostra bene il satellite di Google, il cono a due bocche del Batur è la punta di un iceberg fatto di magma anziché di ghiaccio. L'omonimo lago a forma di mezzaluna riempie una parte di caldera fino a un altro cono, il Monte Abang. A sud ovest della caldera c'è la montagna più alta, e più sacra, di Bali: il Monte Agung. Tutti questi vulcani sono ancora attivi, la più recente eruzione del Batur è stata nel 2000 e la verniciata nera sul suo fianco che vedrete nelle foto non è un'ombra, ma l'ultima colata di lava.
Ieri, dopo colazione, sono partita in motorino con Atik che conosce la zona perché una sua ex compagna di università, Ayu, abita lì vicino. Ottima scusa per una gita che non mi andava di fare da sola. Lungo la strada tra Penelokan e Kintamani si trovano molti punti dai quali scattare foto del panorama e ne abbiamo approfittato mentre aspettavamo Ayu. Quando è arrivata col suo sorriso simpatico e tutta chiusa nel suo giubbotto - e va bene che l'aria del mattino a 1700 metri è fresca, ma non così tanto - ci ha guidato giù per la strada che scende al lago. Ci siamo inoltrate in un paesaggio di blocchi di lava solidificata e rocce scagliate in aria dalle eruzioni del Batur, le più vecchie sepolte dalla vegetazione, ma molte ben visibili a ricordarmi dove mi trovavo.
Intorno al lago sorgono quindici villaggi, alcuni raggiungibili solo in barca, e ci siamo fermate a pranzare in un ristorante galleggiante, cioè con i tavoli su piattaforme di legno tenute a galla da bidoni vuoti, come le zattere dei naufraghi, ma saldamente ancorate l'una all'altra così non ho sofferto il mal di lago. La vista dall'interno della caldera è impressionante e le creste che le fanno da corona si moltiplicano nello specchio del lago. Vorrei essere una fotografa migliore, ma, come dico sempre, nulla sostituisce una visita di persona. Quando il vento ha cominciato a radunare qualche nube troppo scura sopra le nostre teste, ci siamo dirette a casa di Ayu.
L'attività vulcanica ha reso molto fertili i terreni circostanti e la zona è famosa per gli alberi da frutto, infatti, lungo le vie secondarie si trovano molte bancarelle di contadini che vendono i loro prodotti appena raccolti. Di nuovo, la mia fortuna di essere stata adottata da balinesi mi ha portata dove i turisti non pensano nemmeno di andare. La famiglia di Ayu ha giusto un frutteto che lei non vedeva l'ora di mostrarci. Camminando e chiacchierando tra mandarini, banane, guava e caffè, Ayu riempiva di frutta un grosso sacco giallo che, alla fine della passeggiata, abbiamo scoperto essere un regalo per Atik e me. Saranno stati dieci chili di mandarini, ma non contenta ha mandato un suo parente su un albero per raccoglierci anche qualche frutto di guava. Ed ecco come eravamo cariche lasciando Kintamani.
Una delle strade che tornano verso Ubud, passa per Tegalalang, un paesino celebre per la vista sulle risaie a terrazza più ripide dell'isola. Erano le due e mezza del pomeriggio, l'orario più indicato dai dermatologi per stare sotto il sole equatoriale senza protezione, e malgrado questo la strada e i sentieri che attraversavano i terrazzamenti traboccavano di turisti. Ci siamo fermate appena il tempo di scattare qualche foto e siamo fuggite a casa. Conviene andarci la mattina presto, segnatevelo.
Vi lascio al nuovo album e vado mangiarmi un mandarino perché bisogna pur smaltire 'sta frutta prima che il caldo la rovini, no?
Da
Ubud è facile fare belle passeggiate partendo a piedi dal proprio
alloggio. I vicoli periferici sfumano tutti in sentieri tra colline e risaie, bisogna solo ricordarsi cappello e ombrello perché la maggior parte sono esposti a sole e pioggia e potrebbe passare qualche chilometro prima di trovare un riparo.
Uno dei più famosi percorsi panoramici è il Campuhan che dai punti più alti offre una vista spettacolare sui dintorni verdissimi.
Prendendo
Jalan Raya Ubud, il viale sul quale si affaccia Ubud Palace, prima
del ponte sulla destra, c'è una strada secondaria che porta a Warwik
Ibah Villas. Poco dopo averla imboccata, ci si trova un bivio con un
altro cartello Ibah e in basso quello che indica a sinistra il
sentiero per le colline. Più avanti, c'è una scalinata in pietra
da scendere,anche lì troverete indicata la direzione da prendere.
Si costeggiano le mura del tempio Pura Gunung Lebah, tra l'altro molto bello, finché la strada comincia a salire.
Da
lì in poi è tutto solo da godere.
Alla
fine del sentiero vi troverete in quella che da noi chiameremmo una
frazione di Ubud. È una stradina sulla quale si affacciano botteghe
di pittori e scultori insieme a una manciata di piccoli locali dove
bere un succo rinfrescante e mangiare qualcosa. Il
più famoso è il Karsa Kafè, lo trovate spesso sui cartelli lungo la camminata. Bellissimo, per carità, ma si paga anche
la vista perciò è meglio sedersi in un altro e poi godersi il paesaggio passeggiando.
Il resto del panorama è costituito da qualche casa bassa tra le risaie e in ogni campo c'è il consueto mini tempio per le offerte agli dei.
Il Campuhan non è un percorso impegnativo se affrontato la mattina presto o nel tardo pomeriggio per evitare le ore con sole a picco sulla testa. Ancora più comodo,per voi, è seguirlo attraverso le foto nel nuovo album.