sabato 1 agosto 2026

Progetto Kenya 2026

Durante il viaggio in Kenya del 2023 ero con i miei &friends Francesca e Francesco. Lungo il tragitto verso il bellissimo Parco Nazionale Samburu, passammo una notte e un giorno di safari nel più piccolo Meru e mi è rimasta la voglia di esplorarlo meglio. Così ho chiesto alla super professionale ed esperta Peris di organizzare laggiù la mia settimana di ottobre. Con me verrà anche Sonia che non ha ancora visto quella zona del Kenya e sono certa che l'amerà, sia per i panorami inusuali di foreste e savana collinare sia per la pace data dalla quasi assenza di turisti, solitamente attratti dai parchi più famosi.

Il fiume Tana segna il confine tra il Meru e il Kora che invece mi è del tutto nuovo. Conosciuto come "l'ultima area selvaggia", è stato dimora e luogo di studio dei naturalisti Joy e George Adamson. Lei austriaca e lui inglese si dedicarono alla riabilitazione e reintroduzione in natura di grandi felini rimasti orfani o salvati dalla cattività. Nel 1960 Joy scrisse il libro Nata libera, storia della leonessa Elsa, che ebbe un enorme successo. Il marito George fu ucciso dai bracconieri nel 1989, ma la comunità locale tiene in vita la loro memoria e prosegue ancora la loro opera di conservazione dell'ambiente e protezione degli animali. Dal libro furono tratti un film e una serie tv che Sonia guardava da piccola, infatti è già emozionata all'idea di visitare le tombe di Elsa e dei suoi protettori umani che si trovano proprio all'interno del parco.

Joy con Elsa

Meru e Kora fanno parte della MCA Meru Conservation Area che si estende per oltre 5000 chilometri quadrati nel Kenya centrale e include anche le riserve naturali di Bisanadi e Mwingi. I quattro parchi sono abitati da leoni, leopardi, ghepardi, elefanti, bufali, ippopotami, giraffe, la rara zebra di Grevy, centinaia di specie di uccelli e ospitano un santuario protetto per rinoceronti bianchi e neri (che visiteremo).

Si tratta di zone in gran parte incontaminate, infatti alloggeremo nel parco Meru perché è l'unico attrezzato e da lì esploreremo per cinque giorni addentrandoci nel Kora dove il paesaggio è caratterizzato da imponenti formazioni di granito chiamate inselberg e diverse cascate del fiume Tana.

Dopo cinque giorni di safari nella MCA, ci sposteremo alle pendici del monte Kenya, nel lodge immerso nella foresta dove ero stata due anni fa. Ci rilasseremo con passeggiate di birdwatching e trascorreremo l'ultima notte nella natura prima di tornare a Nairobi, direttamente in aeroporto per il volo di ritorno.

Non vedo l'ora.



sabato 25 luglio 2026

La natura che cura

Mi farebbe bene rifugiarmi nella foresta, farmi coccolare dagli alberi, lasciare che il verde assorba e diluisca il nero. Dan mi ha mandato un'immagine dell'albero Alberto che cresce, sono felice di averlo piantato e che papà l'abbia visto nelle mie foto. Adesso vorrei sedermi nella sua ombra rasserenante. Purtroppo non riesco ad andarci in questo momento, posso assentarmi solo per una settimana a ottobre. 

Ho deciso allora di tornare in Kenya, due voli brevi e solo un'ora di fuso orario. Lì la natura si contempla a distanza di sicurezza, non si può certo passeggiare tra i leoni, però ho scelto un itinerario fuori dalle rotte turistiche per immergermi indisturbata nei panorami e osservare la vita libera degli animali intorno a me. Ve lo racconterò nel dettaglio in un altro post, ma già l'idea di partire mi fa sentire meglio.

Intanto ho un gatto, un fratello e amicizie profonde che rinverdiscono le mie giornate e miei pensieri ogni volta che ne ho bisogno. Sono una Barbuna fortunata.

sabato 27 giugno 2026

Abbiamo bisogno di alberi

In questo rovente finale di giugno con l'aria immobile appesantita dalla puzza di smog e rifiuti bolliti al sole, con l'asfalto molle e incandescente come un fiume di lava, con il cemento dei nostri palazzi che moltiplica il calore anche di notte, sento ancor di più la nostalgia per le "mie" foreste indonesiane. Il caldo nella giungla tropicale è intenso, ma lontanissimo dai 56 gradi a terra dei nostri marciapiedi assolati, nella foresta il panorama è verde, l'aria sa di natura e non di sporcizia.

Ci servono più alberi.

Lo capite quando il sole batte direttamente sulle finestre di casa senza il filtro di un bel fogliame rigoglioso. Lo capite quando non trovate un albero in tutto il quartiere sotto il quale parcheggiare l'auto e lasciarla al sole significa aprire la portiera sentendo Benedetta Parodi accogliervi nell'abitacolo al grido di "Dolci in forno!" e vi grigliate le mani sul volante arroventato. Lo capite quando siete costretti a portare fuori il cane alle cinque del mattino quando la temperatura è soltanto di trenta gradi. Lo capite perché ormai lo sanno anche i negazionisti che le nostre estati stanno diventando sempre più lunghe e bollenti.

Ci servono assolutamente più alberi. In tutto il mondo. Non solo per rinfrescare le città, non solo per ripulire l'aria dai nostri scarichi, non solo per proteggere la terra da troppo sole o troppa pioggia, non solo per darci frutti e fiori e legname e carta, non solo per preservare coste e pendii dall'erosione: le piante, terricole e acquatiche, fanno parte del ciclo vitale del nostro pianeta, senza di loro sarebbe un sasso disabitato che rotola nello spazio. Dobbiamo proteggere le piante che abbiamo, ripiantare quelle che usiamo e moltiplicarne la quantità ovunque.

E poi sono belle. Ogni pianta è affascinante sia nell'aspetto che nel funzionamento. Ho letto storie incredibili sulle strategie di sopravvivenza e riproduzione di semi, foglie, fiori, spine, rami e fusti. E ho letto le storie di chi, come me, per amore delle piante ha compiuto viaggi per i quali era fisicamente impreparato solo per godere della loro vista e scoprirne i segreti. Come la signora Jamaica Kincaid che si è imbarcata in un incredibile trekking sull'Himalaya in cerca di semi e come il botanico Chris Thorogood innamorato fin da bambino di un fiore che rischia di estinguersi per mancanza di habitat ed è andato a cercarlo nelle Filippine e in Indonesia per studiarlo e sperare di salvarlo.


Madre Natura non ha bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di lei.

sabato 28 marzo 2026

L'ultimo angelo

Quattro giorni fa si è spenta Biruté Galdikas, l'ultimo dei tre angeli di Leakey, la più giovane delle tre pioniere della primatologia. Ha data un inestimabile contributo non solo allo studio degli orangutan, ma alla protezione loro e della loro foresta in cui vivono, dedicandovi la sua intera vita. Ho scritto spesso di lei in questo blog, ogni volta che sono stata a Camp Leakey, che Biruté ha fondato nel 1971 intitolandolo al suo mentore.

Ripenso a quella sera del 2019 quando mi trovavo sul molo del lodge di Rimba con le mie amiche, l'ultima sera in Kalimantan. Stavamo caricando le valigie sul klotok che ci avrebbe portate via e il lodge era tutto addobbato per dare il benvenuto alla professoressa Galdikas e ai suoi ospiti in arrivo. Sperando di incontrarla, ci siamo attardate il più possibile, ma alla fine siamo dovute partire. Salpate da poco, abbiamo incrociato un klotok che navigava in direzione opposta e sul ponte superiore un gruppo di persone conversava attorno a un grande tavolo di legno. A capotavola, c'era una donna con capelli grigi scompigliati sotto un cappello: era Biruté Galdikas. L'avevamo mancata per pochi minuti e la delusione fu tale che cercammo di convincerci che non fosse lei, ma sapevano di aver appena sfiorato una delle nostre eroine. Un'occasione perduta ormai per sempre.


Addio, grande donna, e grazie di tutto.

sabato 3 gennaio 2026

Esploratori vs giornalisti vs scrittori

Tre le mie letture preferite, ci sono i racconti di viaggio. Non solo romanzi d’avventura, ma storie vere, meglio se narrate in prima persona dai protagonisti.

Negli anni ne ho lette diverse e c’è grande differenza tra i diari scritti dagli esploratori, i reportage dei giornalisti e le esperienze personali raccontate da scrittori che di solito pubblicano romanzi.

Gli esploratori, che di mestiere fanno appunto gli esploratori e non gli scrittori, hanno uno stile forse poco elegante, ma proprio perché manca la tecnica letteraria dai loro diari traspare la pura emozione del momento, grezza, spontanea, potentissima. Non c’è nulla di costruito, solo vissuto. Che sia la scalata di una montagna, la navigazione verso nuove terre, la traversata di un continente, un viaggio culturale o uno scavo archeologico in cerca di tesori, leggendo i loro appunti quotidiani ho provato la loro fatica, lo stupore della scoperta, l’attesa, la gioia della conquista o la disperazione del fallimento. Amo questo tipo di libri, mi emozionano tantissimo perché condivido la curiosità dei protagonisti e adoro partire con la mente al seguito della spedizione. Alcuni di questi diari sono anche scritti molto bene, per esempio quelli di Isabelle Eberhardt sono pieni di poesia nella descrizione dei paesaggi e delle persone. Nelle avventure di diversi viaggiatori in diverse epoche, ho trovato delicati acquerelli con tutte le sfumature dei tramonti sul deserto e potenti dipinti a olio di mari in tempesta. Quanti sogni.

Lo stile dei giornalisti è, ovviamente, professionale, impersonale, focalizzato sui fatti nudi e crudi, meno sulle sensazioni e sulle emozioni, e il linguaggio è quello asciutto della cronaca, senza fronzoli né poesia. I racconti dei giornalisti sono interessanti e formativi, però possono risultare un po’ freddi e poco coinvolgenti. Fanno eccezione i libri in cui raccontano i retroscena dei loro reportage, l’inedito dietro gli articoli, le parti scartate dalla pubblicazione perché troppo soggettive. Così ho trovato adorabili le avventure sgangherate di Kapuscinski come free lance squattrinato. Malgrado la polemica sull’autenticità dei suoi reportage, a me è piaciuto tanto leggerli e ci ho trovato tanto dell’Africa che ho visto anch’io, nel mio piccolo.

Gli scrittori, quando viaggiano, traggono ispirazione dall’esperienza personale per nuovi romanzi, ma mettono la stessa cura e maestria nel raccontare il viaggio originale. Da Agatha Christie a Georges Simenon a Robert Louis Stevenson, tanti autori famosi hanno pubblicato i loro diari di viaggio e trovo bellissimo scoprirli nei panni di protagonisti di avventure e disavventure. Mantengono il loro stile e padronanza della tecnica narrativa anche nel raccontare se stessi e le proprie impressioni personali, infatti, i loro diari di viaggio sono pieni di carattere (fantastiche le critiche e lamentele di Simenon sull’Africa coloniale), poesia (Christie incantata dal Medio Oriente al seguito del marito archeologo) e descrivono luoghi e incontri con sapiente uso delle parole. Penso che scrivessero magistralmente anche la lista della spesa.

Alcune di queste letture hanno ispirato i miei viaggi, influenzato il modo in cui osservo paesaggi e culture, arricchito la mi conoscenza storica dei luoghi che visito. Un libro costa meno di un biglietto aereo, mi permette di viaggiare anche nel tempo e di raggiungere destinazioni che, per diversi motivi, non posso visitare di persona.

Ed ecco gli ultimi arrivi nella mia collezione di viaggi di carta (regalo di Natale di Francesca, mia libraia di fiducia che conosce perfettamente i miei gusti)