domenica 30 agosto 2020

Il resto della storia

Sono troppo pigra per spiegarvi come mai questo post arriva con oltre un anno di ritardo, ma oggi voglio terminare il racconto delle Cavallette a Bali con alcuni episodi indimenticabili e naturalmente ho aggiornato l'album di Bali con le ultime foto.

Con questo post si chiudono anche Semm de passacc e Scritti a penna perché ho deciso di aprire un nuovo blog dove scrivere di tutto senza limitarmi ai viaggi o ai libri. Ci vediamo sul Diario di una Cavalletta

Prima però, leggete il resto della storia.

Risaie, ricordi contro realtà

Le risaie balinesi sono famose in tutto il mondo, compaiono in ogni foto e cartolina e quelle più celebri di Jatiluwih sono perfino patrimonio dell'UNESCO. Così un giorno ho fatto svegliare le Cavallette all'alba per percorrere un sentiero panoramico appena fuori Ubud prima che facesse troppo caldo. Mi ricordavo la camminata molto più impegnativa, ma la memoria mi ingannava perché abbiamo attraversato le colline e raggiunto le risaie in così poco tempo che le ragazze sono rimaste un po' deluse. Inoltre, siamo capitate nel periodo dell'anno in cui i campi non sono sommersi d'acqua creando il magnifico gioco di specchi per il cielo che volevo mostrare alle mie amiche. Va be', abbiamo fatto una passeggiata, non c'è tanto da prendermi in giro...

Per riscattarmi, qualche giorno dopo, mi è venuto in mente di portarle a vedere le risaie terrazzate di Tegalalang, altro panorama spesso ritratto nelle cartoline. Jatiluwih era troppo lontano e non era in programma per i nostri pochi giorni sull'isola, ma mi premeva che le ragazze avessero un'impressione migliore delle famose risaie. A Tegalalang mi ero fermata nel 2017 di ritorno da Virgin Beach e lo ricordavo come una muraglia verde a strapiombo in una stretta valle che si ammirava dal ciglio di una strada affollata di negozietti di souvenir e bar con vista. Doveva, quindi, essere un'escursione tranquilla per fare qualche foto a un panorama suggestivo ed è così che l'ho descritta alle mie amiche per non creare troppe aspettative come per il sentiero tra le colline, ma mi sbagliavo di nuovo (maledetta vitamina B12). Per raggiungere Tegalalang, abbiamo comprato il passaggio in una piccola agenzia di escursioni nel vicolo vicino al nostro alloggio e, in circa mezz'ora, l'autista ci ha lasciate in un parcheggio sulla strada che ricordavo dicendo: “Lì c'è la biglietteria. Io vi aspetterò qui quando avrete finito il giro.” Io ero perplessa: biglietteria? Giro? Da quando bisogna pagare per fare due foto dal ciglio della strada? Be' paghiamo e ci avviamo lungo il marciapiede, fotografando scorci della valle (davvero bellissima) tra un negozio e un bar, finché troviamo un'indicazione e una scalinata che scende sotto la terrazza di un ristorante. Ah, allora c'è un percorso da seguire! La scalinata è lunghissima e ripida, precipita fin al fondo della valle, ma a metà mi fermo, guardo indietro e dico: “No, ragazze, non riuscirò mai a ritornare su da questa scala. Andate voi.” Le mie compagne non vogliono sentir ragioni e mi costringono a proseguire. Così, sotto il sole cocente delle due del pomeriggio, quattro Cavallette prendono il sentiero che fa su e giù per le terrazze. Il paesaggio è spettacolare, ma il percorso si rivela faticoso per il caldo opprimente. Facciamo soste per fotografare e riprendere fiato, io soffro più di tutte perché sono la nemesi dello sport e di qualsiasi attività fisica, ma perfino le giovani sentono la fatica.


A ogni curva, salita o discesa la luce e la prospettiva cambiano dandoci modo di apprezzare le diverse sfumature di verde, le ombre delle palme, i riflessi dell'acqua. È tanto bello che, alla fine completiamo il percorso ed emergiamo dalla splendida valle felici, ma devastate come dimostra quest'altro video.


Non avrò riconquistato la stima delle Cavallette come guida turistica, ma ci siamo divertite un sacco!

Danza di quartiere

Si prepara la scena
Un'altra attrattiva dell'isola è sicuramente il suo culto religioso unico al mondo. Negli anni vi ho descritto templi, monumenti, cerimonie e festività, riti quotidiani e danze che raccontano la mitologia balinese. Una di queste, la mia preferita, è la danza Kecak che si svolge all'interno di un cerchio di uomini che usano la voce come strumento musicale di accompagnamento. Lo spettacolo narra la storia di Rama che, con l'aiuto della scimmia bianca Hanuman, salva la moglie rapita dal re di Lanka Ravana e termina con un ballerino che danza su braci ardenti. Sono andata a vederla ogni volta che sono passata da Bali, ma quella a cui ho assistito con le Cavallette è stata speciale perché interamente allestita e interpretata dagli abitanti di un quartiere per raccogliere fondi per le famiglie in difficoltà. Abbiamo comprato i biglietti la mattina fuori dal mercato e al tramonto abbiamo raggiunto il piccolo tempio di quartiere. È stato bellissimo vedere impegnati nello spettacolo tutti gli abitanti, dagli anziani ai bambini, che in questo modo tramandano una tradizione seppur trasformata in attrazione turistica. Nel buio della notte tropicale rischiarata appena da fiaccole e candele, le voci, i movimenti, i costumi, la recitazione dei protagonisti erano davvero affascinanti e sapere che non si trattava di professionisti ha reso la danza autentica e preziosa. Ne siamo uscite sognanti portandoci via un pezzetto di vera Bali.

Il giorno in cui mi hanno sparato

Ubud ospita uno dei centri yoga più famosi lo Yoga Barn e pur non praticandolo, ho voluto visitarlo. L'ultima volta, c'ero stata a pranzo con Bodhi e sua moglie. Lo ricordavo come un luogo pieno di pace e spiritualità, un giardino rilassante dove si ritrova il contatto con le cose davvero importanti della vita sorseggiando tisane. Ancora una volta, però, i miei ricordi saranno smentiti dalla nuova Bali che faticavo a riconoscere come l'isola di cui mi ero innamorata nei viaggi precedenti.

Raggiungiamo il celebre ritrovo seguendo le indicazioni per le strade di Ubud e percorriamo il sentiero che attraversa il giardino verso l'ingresso.

All'improvviso, uno scoppio ci fa sussultare e io ricevo un colpo al petto. Nella mia mente, condizionata da anni di telefilm polizieschi e romanzi gialli, si forma l'idea che sia stato uno sparo o un'esplosione e che, malgrado la mia maglietta si sia mossa, non sento il dolore della ferita mortale a causa dello shock. Mi volto pallida verso le mie amiche e annuncio in tono grave: “Mi hanno colpita!”

Dopo un istante di perplessità, loro cominciano a ridere e ridere tanto che devono riprendere fiato per indicarmi la carriola del giardiniere accanto al sentiero con una gomma a terra: era esplosa facendo un gran botto e a colpirmi era stato solo il violento getto d'aria. Ancora oggi, se chiedete dello Yoga Barn alle Cavallette, ricorderanno solo il mio spavento e rideranno di nuovo.

Comunque, non appena il mio cuore ha ripreso a battere a un ritmo normale, siamo entrate. Orrore: tutta la magia spirituale di cui avevo memoria svanisce quando ci troviamo davanti un'orda di finti figli dei fiori in abiti fighetti che riempie il cortile. Altro che pace mentale e armonia, pareva Woodstock! E mi sono pure fatta sparare per questo? Facciamo un giro veloce, notando perfino una statua di Yoda, e in tre minuti siamo fuori. Oh che delusione! E ora che facciamo? Andiamo a mangiare. Il cibo non ci delude mai e riporta il buonumore, mica per niente ci chiamiamo Cavallette.

Pranzo in famiglia

L'ultimo giorno a Bali, siamo andate a far visita alla dolcissima Kadek che mi accompagnato nel mio soggiorno del 2017. Trovare casa sua nel labirintico sobborgo di Jimbaran è stata un'impresa per il tassista che si è fatto guidare dalle sue indicazioni per telefono. Finalmente rivedo la mia amica, minuta e sorridente come una fatina. Ci accoglie nella sua piccola casa con mille riverenze e la tavola è già apparecchiata per il pranzo.

Ha cucinato decine di pietanze (tutte vegan) ed è ancora ai fornelli a cuocere un misto di verdure. È tutto prelibato e facciamo onore alla cuoca spazzolando tutto, come sempre. Ci raggiungono anche suo marito, di ritorno dall'officina dove fa il meccanico, e il figlio minore che ha lo stesso sorriso caloroso di Kadek. Sono una bella famiglia, di quelle semplici e amichevoli e mi rendo conto che non deve essere facile la loro vita in quella piccola casa, dedicando tutti i risparmi all'istruzione dei figli perché abbiano maggiori opportunità in futuro. Da quando il lodge Udayana è stato ceduto all'università, i proprietari Alan e Meryl Wilson – che ho conosciuto proprio durante il mio soggiorno a Udayana – hanno cercato di salvare il posto di lavoro di Kadek impiegandola nella sede principale a Denpasar che gestisce gli ecolodge di Flores, Sumatra e Kalimantan. Ci racconta del tentativo di aprire un ecolodge sull'isola di Papua, un progetto di cui i proprietari mi avevano parlato tempo prima, dove sarei andata con grande gioia dal momento che quell'enorme isola selvaggia mi ha sempre incuriosita e affascinata. Purtroppo, dopo tanti sforzi e tanto lavoro per rendere la struttura autosufficiente ed ecosostenibile, il tentativo è fallito perché il personale locale - uno dei punti forti della politica degli ecolodge è proprio dar lavoro alla gente del posto - non si è rivelato affidabile malgrado la formazione (a cui aveva partecipato anche Kadek che è sempre stata un'ottima receptionist) e l'opportunità di un impiego sicuro e onestamente retribuito. Un vero peccato.

Il tragitto quotidiano da casa di Kadek all'ufficio di Denpasar è lungo e trafficato, così, dopo qualche mese da pendolare, la mia amica ha dovuto rinunciare. Ma non è certo una donna che resta con le mani in mano: ha trasformato la veranda di casa sua in una gastronomia da asporto che almeno le permette di guadagnare qualcosa.

Si vede che Kadek è emozionata per la nostra presenza ed è così orgogliosa di averci come ospiti che insiste per farsi tante foto con noi. Ecco dove si trova la Bali autentica: in casa della gente comune.


Al momento di salutarci, ci invita a tornare per più giorni, proponendosi come guida in quella zona sud dell'isola che non abbiamo visitato. Promettiamo di tornare e so che manterremo la promessa perché ormai siamo di famiglia.

~ ~ ~ ~ ~ ~

Così è finito in bellezza il nostro viaggio e non immaginavamo che sarebbe stato l'ultimo per parecchio tempo.

Oggi, a causa della pandemia di COVID19, Kadek mi racconta che Bali è un'isola fantasma: niente turisti e niente lavoro, attività commerciali chiuse, molte non riapriranno più. Sarà estremamente difficile risollevarsi e laggiù non possono nemmeno contare su aiuti statali.

Negli ecolodge, i Wilson hanno messo in piedi un programma di agricoltura sostenibile sui terreni circostanti di loro proprietà per tenere occupati i dipendenti e garantire loro almeno una fonte di cibo durante la crisi. Alan e Meryl sono due persone davvero straordinarie.

A Sumatra, i ragazzi di Alert sono in salute e se la cavano, ma hanno dovuto subire una grave perdita: Marcellus, il fondatore dell'associazione che mi aveva accolta due anni fa, purtroppo è morto alla fine di aprile. Mi ha avvertito Dan e poi sia sulla pagina Facebook di Alert che di Ecolodges Indonesia (che promuoveva e sosteneva le sue attività di conservazione della natura) è apparso l'annuncio e sono arrivati messaggi di cordoglio e ricordi da tutto il mondo, dalle tante persone che Marcellus ha toccato con il suo instancabile impegno in difesa di animali e ambiente, con la sua competenza messa a disposizione di altre nazioni con problemi di conservazione, ma soprattutto con la sua indimenticabile gentilezza e il suo imperturbabile ottimismo.

Viaggiando, ho stretto bellissime amicizie con persone lontane e la tecnologia mi permettere di restare in contatto con loro in questo tetro 2020. Oltre a Kadek e i ragazzi di Alert, sento spesso anche Peris che dal Kenya mi racconta quanto sia dura laggiù per lei e i suoi figli. Il Khweza è rimasto chiuso a lungo e i dipendenti non hanno percepito stipendio da marzo. Pare, però, che nei prossimi giorni qualcuno di loro potrà tornare al lavoro. E poi Patty dal Messico che, gestendo alcuni ristoranti con parecchi dipendenti, si trova in grossa difficoltà. Io sono fortunata ad avere ancora un lavoro e, non appena sarà possibile, tornerò a viaggiare e a far visita a tutti questi amici che sopravvivono proprio grazie al turismo. Se in futuro vi capiterà di andare in vacanza in quei Paesi, non rinchiudetevi per favore nel villaggio turistico di qualche grande catena straniera, ma scegliete le strutture che impiegano personale del luogo e sostenete le piccole attività locali. Condividete il vostro privilegio di viaggiare con le persone e i luoghi che vi circondano, ne tornerete arricchiti in un modo che il denaro non potrà mai eguagliare.



domenica 16 giugno 2019

Compere, per cominciare


Gli abiti da escursione nella giungla non servono più e sono accartocciati in un sacchetto in fondo alla valigia insieme a fango, sudore e bei ricordi, perciò la prima giornata a Ubud comincia con una tappa in lavanderia. Svoltato l'angolo del nostro vicolo ce n'è una piccina all'interno di un cortile dove ci pesano la biancheria e paghiamo meno di 50 centesimi al chilo per averla lavata e stirata la sera stessa. Ci torneremo a turno nei giorni successivi e per lo stato pietoso dei nostri indumenti, già immaginiamo di venir soprannominate “le zozzone”, ma avremo le valigie più ordinate e profumate del volo di ritorno.
Indossati sandali e canotte, ci dirigiamo al famoso mercato di Ubud. Il cuore è un edificio in muratura con portici e balconate aperti su un cortile centrale, ma le bancarelle si estendendo anche al di fuori, invadendo i vicoli di tutto il quartiere con merci colorate, odori e voci. Qui comincia la nostra ricerca dell'atmosfera tipica balinese ed è tra oggetti d'artigianato, tessuti leggeri, pacchianate per turisti e cibi esotici che ci inoltriamo in questo labirinto affollato come un formicaio, emergendo di tanto in tanto in una via laterale per riprendere fiato.
La Fra cerca un completo per la nipotina, Sonia souvenir per gli amici, Feddi ha il buono che le regalai al compleanno di qualche anno fa da spendere in quel mercato che valeva da promessa di venire un giorno a Bali con me, io guardo utensili da cucina in legno per la nuova casa che mi attende a luglio. Qui bisogna contrattare, lo impone la tradizione, e l'esperienza mi ha insegnato che il valore reale di un oggetto è meno della metà del prezzo iniziale. Se da un lato i mercanti si guadagnano la giornata con i turisti giapponesi che pagano senza batter ciglio, dall'altro si divertono a ribattere a quattro brianzole che non cedono fino al giusto prezzo. All'inizio, per noi che non siamo abituate a mercanteggiare, è imbarazzante chiedere uno sconto per qualcosa che costa già poco rispetto ai nostri standard, ma questa è l'usanza del luogo e, dopo un paio di acquisti, ci si appassiona al gioco: il venditore spara così alto che non ci crede nemmeno lui, scrivendo la cifra su una calcolatrice che poi passa al cliente, io ci scrivo un terzo e il venditore fa la sceneggiata del disperato che va in rovina, ma si vede che gli viene un po' da ridere, e abbassa un poco il prezzo così io alzo un poco la mia offerta; lo facciamo due o tre volte, sempre sorridendo, poi ci accordiamo per la metà di quanto richiesto e siamo entrambi contenti. 
In questo modo, tra il mercato e i negozietti nei dintorni, abbiamo comprato: due camicie per mio fratello (la vera sfida è stata trovare la sua taglia, impensabile per la media asiatica), una ciotola e un'insalatiera per la mia nuova cucina, una borsetta per la Fra, una camicetta per sua nipote, un paio di pantaloni bellissimi per la Feddi, calamite per gli amici di Sonia, pantaloni, gonna e abito per me, anelli di legno dipinto per Sonia e da regalare, maglietta per il fidanzato della Fra e borsetta per la mamma, un granchio e un gatto di latta – che fanno sia da porta candele che portafoto e mi domando se le foto non prendano fuoco... – e, infine, un pezzo di radice di zenzero che mi serviva da masticare durante il volo di ritorno perché è un ottimo rimedio al mal d'aereo. Non so se per le pillole di antimalarico per il Borneo o per la carenza di vitamina B12 (dimentico sistematicamente di prendere l'integratore), il sacchettino continuava a cadermi di mano spargendo pezzi di zenzero ovunque e la signora del banco frutta e verdura me l'ha cambiato tre volte facendogli un nodo sempre più stretto, sembravo ubriaca e più mi rendevo ridicola più ridevo e non riuscivo a raccogliere i pezzi, alla fine mezzo mercato rideva di me. Far compere è stato divertente e un mercato, ovunque nel mondo, è sempre interessante da osservare perché i visitatori si mescolano alla quotidianità degli abitanti del posto, ma dopo un po' il rumore di tante voci e il caldo immobile, compresso tra le bancarelle, ci fanno scappare.
Orientarsi nel centro di Ubud è semplicissimo: ci sono due vie principali che corrono parallele, Monkey Forest e Hanoman, e percorrendole in salita sbucano su viale Raya Ubud dove comincia il mercato, mentre in discesa finiscono nel santuario di Monkey Forest, tutte le altre strade o vicoli incrociano queste o partono da queste per finire nelle risaie. La Fra impara subito e guida il gruppo giù per quella che chiamiamo “scorciatoia”, anche se in realtà non abbrevia il percorso, dove ci sediamo a bere qualcosa di fresco: un bel cocco per esempio.
Passeggiando, si scorgono scorci della vecchia Ubud nascosti tra un hotel e un negozio, tra una gelateria – con la scritta vero gelato italiano – e un ufficio di cambio. Come piantine che crescono nelle crepe dell'asfalto, resistono all'invasione turistica l'ingresso di un tempio o di una casa tradizionale e si incontrano negozianti e ristoratori che lasciano cestini di offerte davanti a statue ornate di fiori, abbandonando i clienti per qualche minuto e dedicarsi ai propri riti, alla propria spiritualità, alla propria vita che non è soltanto vendere merci e servizi ai turisti.

Bali è anche l'isola dei cani randagi. Se ne vedono ovunque, più o meno in salute, e Feddi li fotografa tutti, dopo averli accarezzati. C'è un'associazione di volontari che si prende cura dei randagi e degli altri animali dell'isola, fornendo cure veterinarie e sterilizzazioni, sfamando cani e gatti di strada, vaccinandoli contro la rabbia e provando a trovargli una casa, chiedendo leggi che tutelino gli animali e istruendo gli alunni nelle scuole sui diritti di ogni creatura: si chiama BAWA, Bali Animal Welfare Association. Visitiamo il negozio con cui si finanziano ed è qui che facciamo gli acquisti più importanti. Sonia compra pasti e cure veterinarie, io lascio una donazione e mi porto a casa due belle tazze, la Fra infila banconote nella cassetta delle offerte e Feddi dona l'intero budget dei souvenir per gli amici – che condividono il suo amore per gli animali – sorprendendo la volontaria dietro il banco. Traduco per lei alcune domande sulle attività dell'associazione perché, d'altra parte, sono colleghe e già spunta l'idea di tornare a Bali per qualche settimana di volontariato che in questa parte di mondo ha ancora molta strada da fare e tutta in salita. Questa è un'isola piena di contraddizioni, anche riguardo i diritti degli animali: qui le scimmie che vivono nei templi sono sacre e ricevono un'infinità di cure, mentre lo zibetto – piccolo mammifero notturno diffuso nelle zone tropicali di Asia e Africa – viene tenuto in catene ed esibito anche al mercato perché con le bacche raccolte dai suoi escrementi si produce il Kopi Luwak, un caffè raro e costoso proprio perché ottenuto con questa pratica assurda. Anticamente si raccoglievano i semi di caffè dagli escrementi dello zibetto selvatico, ora si tiene in gabbia per produrne e venderne in maggiori quantità e i turisti vanno matti per questa specialità.
Noi, invece, abbiamo eletto a nostro ristorantino preferito il minuscolo – quattro tavoli – Pumpkin & Beetroot: specialità vegetariane e vegane. L'abbiamo scoperto per caso la prima sera, mentre cercavamo di allontanarci dalle vie più trafficate, ed è rimasto in cima alla classifica di Ubud perché ci siamo tornate spesso, anche dopo averne provati altri (di uno in particolare vi parlerò nei prossimi post). Ogni volta, abbiamo ordinato piatti diversi per scambiarceli e assaggiare tutto e non siamo mai rimaste deluse. Il personale è gentile e sorridente e tutto viene cucinato al momento, bisogna quindi pazientare per l'attesa, ma ne vale la pena. L'ambiente è pulito e tranquillo, alle pareti ci sono bellissimi affreschi con alberi e uccelli colorati e qui ci siamo concesse le prime birre della vacanza.

Per adesso mi fermo qui e vi regalo le prime foto di Ubud, ma la storia è appena cominciata.

lunedì 10 giugno 2019

Decompressione fallita


La mattina in cui abbiamo salutato il Kalimantan siamo atterrate a Jakarta dove, due ore dopo, avremmo preso un altro volo per Denpasar sull'isola di Bali per trascorrere un periodo intermedio tra la natura sfolgorante del Borneo e il grigiore delle città che ci aspettava a casa. Ci serviva qualche giorno spensierato per attutire l'impatto, un po' come la lenta risalita dei sub dagli abissi che si fermano per tappe di decompressione. 
Il brutto degli aeroporti internazionali, come quello di Jakarta, è che sono enormi e ci vuole tempo per spostarsi da un gate all'altro. Mentre aspettiamo i bagagli, chiediamo informazioni e scopriamo di dover cambiare terminal, ma c'è lo Skytrain, navetta gratuita su rotaia che collega i tre terminal con la stazione dei treni che vanno in città. Ci ha salvato la vita, evitandoci corse a perdifiato, anzi, ci è avanzato il tempo di pranzare. È vero, parlo sempre di cibo, ma guardate cos'ha ordinato Feddi: una montagna di sorbetto al melone con pezzi di mango!


Nel primo pomeriggio, atterriamo a Bali e ci sembra di essere arrivate su un altro pianeta. La personalità dell'isola, se le isole hanno una personalità, si avverte immediatamente perché l'aeroporto è decorato con fregi tipici dell'induismo locale e, cosa che ha molto colpito le mie compagne, perfino il parcheggio multipiano è abbellito da piante e fiori.
A parte la bella accoglienza, però, la decompressione comincia male, confermando la nostra sfortuna con i taxi: il tassista più lento del mondo sommato al traffico dei dintorni di Denpasar ci porta a destinazione nel doppio del tempo preventivato. Se non altro, è onesto sul prezzo e ci scarica nel posto giusto: all'ingresso di un vicolo di Ubud in fondo al quale si trova il nostro albergo. 
Avevo scelto un bed & breakfast con piscina per le giornate più calde, vicino al centro, ma abbastanza defilato da non risentire del traffico e della gente. Per essere tranquillo, il Suarsena Bungalows, è tranquillo e la posizione è ottima per girare Ubud a piedi, ma per il resto è un disastro. Tanto per cominciare, ci assegnano due stanze lontane tra loro, non solo su piani diversi, ma proprio in due edifici diversi. Chiedo subito al ragazzo in reception se è possibile avvicinarci, inventando mi che abbiamo i bagagli condivisi e dovremmo fare su e giù per le scale in continuazione. Mi assicura che il giorno dopo provvederà e, per il momento, ci accontentiamo.
Fra & Feddi, vista dalla piccionaia
Feddi e la Fra finiscono "in piccionaia", cioè una stanza nel sottotetto bollente che però ha una vista panoramica magnifica; Sonia e io, due piani più giù nella palazzina accanto, abbiamo una camera più fresca, ma manca l'acqua calda. Entrambe le stanze sono sporche, il letto di Sonia non è stato rifatto, la piscina non sarebbe male se non fosse a ridosso delle stanze e della reception in un cortiletto minuscolo, gli asciugamani sono ingrigiti (per fortuna avevamo i nostri), il personale è composto soprattutto da ragazzini ipnotizzati dagli smartphone che parlano a malapena inglese e sono quindi incapaci di rispondere alle nostre richieste (fargli capire che vogliamo lenzuola pulite è stato così faticoso che ero tentata di andarle a comprare), gli addetti alla reception sono sempre diversi e pare non si passino le informazioni così bisogna ricominciare da capo a spiegare cosa non va, infine, scopriremo il mattino dopo, la colazione è così scadente che la faremo fuori tutti i giorni. Non so proprio da dove vengano le recensioni positive che avevo letto su questo posto quando ho prenotato, credo sia stato lasciato andare col tempo perché la struttura in sé sarebbe anche bella, tipica balinese, basterebbe un po' di cura, manutenzione, pulizia per farne un buon albergo e magari formare un pochino lo staff in modo da dare un servizio decente, anziché sfruttare ragazzini che ti guardano perplessi quando chiedi un rotolo di carta igienica. 
Dunque, alloggio bocciato, tuttavia ci diciamo che dobbiamo soltanto dormirci e usciamo a passeggio per il centro. Sono impaziente di mostrare alle ragazze le vie che ho percorso tante volte e lo stile di vita che mi ha conquistata tra templi e risaie. Nei miei ricordi, Ubud era una cittadina affascinante e tranquilla, lontana dalle spiagge e dal turismo di massa, famosa per l'arte e l'artigianato, che conservava lo spirito tradizionale di Bali con le sue cerimonie indù e il mercato che convivevano in un'atmosfera serena. Era così la prima volta che ci sono stata nel 2010 ed era ancora così due anni fa l'ultima volta che l'ho lasciata, ma non lo è più e non mi aspettavo che Ubud avesse subito una tale trasformazione in poco tempo. Veniamo inghiottite da marciapiedi affollati e vie talmente trafficate che è un'impresa attraversarle perché, scopriamo, maggio è già periodo di alta stagione e i fatica a incontrare un balinese tra i turisti. Australiani, inglesi, francesi, americani, giovani, anziani, famiglie con bambini... Eccheè 'sto casino?
Cerco di portare le ragazze verso i luoghi che ricordavo belli, ma il caos rende irriconoscibili anche gli angoli più tipici. Non riesco a trovare un locale dove servano il caffè indonesiano perché ormai hanno installato tutti la macchina per l'espresso, dopotutto è quello che chiedono i turisti; i ristorantini che frequentavo sono stati sostituiti da cocktail bar alla moda e nei menù si trova pizza ovunque. Le usanze, le tradizioni, lo stile di vita rilassato che rendevano Ubud unica e interessante sono stati sacrificati in nome del turismo di massa. Se vuoi un espresso, te lo bevi al tuo paese: qui il caffè si fa in un altro modo! Altro che decompressione...
Sono delusa e mi intristisco pensando che non era questo che desideravo mostrare alle mie amiche e che non valeva per nulla la pena di lasciare il Kalimantan per quello che mi sembra un centro commerciale all'aperto. Che fine ha fatto la Bali autentica?
La risposta nei prossimi post e anche le foto, per non spoilerare.

martedì 4 giugno 2019

Cibo e altre piccole cose

Prima di passare alla seconda parte della vacanza sull'isola di Bali, vi diletto con un piccolo post che serve più a noi che a voi, per conservare alcuni dettagli che ci farà sorridere rileggere tra dieci anni.

Assalto alla dispensa
Ci chiamiamo Cavallette perché non lasciamo nulla in tavola al nostro passaggio e anche in Kalimantan abbiamo onorato la cucina. La cuoca della Rimba King, della quale purtroppo non abbiamo capito il nome, era una tenera donnina musulmana capace di stupirci a ogni pasto malgrado le restrizioni che le nostre diverse diete le hanno imposto. Nelle sue mani, il tofu diventava appetitoso, il tempeh croccante, le verdure insaporite da spezie misteriose che proprio da queste isole partivano per l'Europa su grandi velieri, facendo la fortuna dei mercanti e finanziando i grandi viaggi d'esplorazione, come quello di Magellano.
delizia di tofu
L'ora di pranzo era una festa e in tavola arrivavano sempre cinque o sei pietanze diverse, oltre all'immancabile riso bianco che sostituisce il nostro pane, e si concludeva con frutta fresca o un dessert sempre a base di frutta. A cena, invece, si cominciava con una scodella di zuppa calda, diversa ogni volta – strepitosa quella di mais – e poi arrivavano le portate principali. Durante la navigazione, ci servivano anche la merenda: noce di cocco da bere e poi scavare con il cucchiaio, banana fritta, caffè indonesiano, tè, arachidi, banana con scaglie di cocco. Una volta ho provato a ordinare in indonesiano, ma mi sono incasinata con i numeri così Eros e i ragazzi ridevano di me che non so contare fino a quattro. Alla fine, ho detto più o meno correttamente: «Tiga kopi e satu tè» e abbiamo avuto i nostri tre ottimi caffè e un tè per la Fra.
ingredienti grezzi
Anche nell'aspetto, i piatti erano spettacolari con tutti quei colori e i profumi irresistibili, spesso dimenticavamo di fotografarli prima di consumarli. Ho sempre amato la cucina indonesiana e avevo chiesto a Feddi, che tra le altre mille qualità è pure chef, di documentare tutto per ripropormelo a casa. Di una salsa particolarmente deliziosa, abbiamo chiesto la ricetta e la cuoca, non sapendoci elencare gli ingredienti in inglese, è scesa in cucina ed è tornata con le materie prime per mostrarcele: radici, spezie, erbe e verdure che lavorava a mano sul momento. Il segreto di un buon piatto sta sempre nella qualità degli ingredienti e nel saperli lavorare freschi. Aggiungete poi il piacere di gustarli sul ponte di un klotok che naviga tranquillo su un fiume circondato dalla giungla e la cortesia dei due timidi ragazzi che ce li servivano e restavano sempre un po' stupiti di trovare i piatti vuoti, praticamente lucidati, e impilati in bell'ordine quando sparecchiavano. Immaginavamo quello più cicciottello – che non ha voluto comparire nelle foto – che scendeva annunciando che, ancora una volta, «Han magnà tucc!» Insomma, durante la nostra permanenza, l'equipaggio è dimagrito, noi ingrassate!

la nostra fantastica cuoca

Un albero in più, anzi quattro
Abbiamo pagato l'intero soggiorno in Kalimantan prima di partire, in modo da non avere pensieri sul posto, ma non avevo capito che anche i quattro alberi piantati a Pesalat fossero compresi nel conto. Con le ragazze avevamo già messo da parte i soldi per pagarli, così li abbiamo dati lo stesso a Udin per quattro alberi in più. Siamo tornate a casa con otto alberi a nostro nome piantati nel Borneo, appena otto gocce nell'oceano della deforestazione, ma da qualche parte bisogna pur cominciare ed è bello pensare che forse, un giorno, quegli alberi daranno riparo e cibo agli animali della giungla. Un pezzo di noi che cresce laggiù ci fa sentire di ripagare un pochino la foresta per tutta la gioia che ci ha regalato.

Risate notturne
La notte in hotel a Pangkalan Bun è stata piena di pensieri che non ci facevano prender sonno anche se eravamo stanche. 
Io e Sonia condividevamo la camera e, rinfrescate da una bella doccia, ci siamo messe a letto. 
Dopo un po' che avevamo spento la luce, l'ho sentita ridere.
«Cazzo ridi nel sonno?»
«Mi è tornato in mente in ragazzo che scende con i piatti vuoti: han mangà tucc!»
Ridiamo come due sceme, poi ci imponiamo di dormire perché dovevamo alzarci prestissimo.
D'un tratto la stanza si illumina di luce azzurra, come se fossero arrivati gli alieni di Spielberg.
«Ma è il tuo cellulare?» mi domanda la Master.
L'avevo lasciato in carica sulla scrivania, acceso perché avevo impostato la sveglia, ma era rimasto connesso al wifi e all'arrivo di qualche messaggio si è illuminato.
«Sì, scusa» ho risposto alzandomi «Disattivo il wifi così non mi arrivano altri messaggi.»
Torno a letto e il display è ancora illuminato, resta così per qualche minuto e non accenna a spegnersi.
«Ecco» mi giustifico «Senza connessione la luce rimane accesa fissa.»
Scoppiamo a ridere di nuovo, finché la luce si affievolisce e infine scompare. Buonanotte, Kalimantan.

Ultima cosa
Al molo del lodge c'era questo cartello che non ho capito...




P.s. In questo album speciale ho raccolto tutti i filmati ripresi da Feddi.


domenica 2 giugno 2019

Incontri mancati e ringraziamenti dovuti

Nessuna di noi vuole andarsene. 
Per quanto ci manchino gli affetti di casa, desideriamo essere abbandonate nella giungla. Dobbiamo assolutamente tornare è diventato il mantra della giornata. Alla fine, però, abbiamo dovuto chiudere le valigie e restituire le chiavi delle nostre belle camere con vista sulla foresta.
L'appuntamento con la Rimba King al molo è alle 17.00 e, come sempre, siamo in anticipo perciò andiamo all'ufficio del lodge a comprare spille e cartoline, dando un altro piccolo contributo alla conservazione del parco. Lasciamo anche alla responsabile alcuni pacchetti di matite nuove che ci eravamo portate da casa perché li faccia avere ai bambini di qualche villaggio o a una scuola, da queste parti sono di certo più utili che nelle località turistiche.
Tornando verso il fiume, notiamo che l'ingresso del lodge è addobbato a festa e il personale in tenuta elegante.
Eros ci spiega che sta per arrivare un gruppo di americani ospiti di Biruté Galdikas.
«E c'è anche lei?» chiediamo eccitate «Biruté sta venendo qui?»
«Sì, ma non si sa bene a che ora.»
Ci pensate? Io che stringo la mano a Biruté Galdikas, macché, l'abbraccio senza vergogna! 
Ci siamo sedute sul molo ad aspettarla insieme agli altri. Intanto, i due ragazzi che in questi giorni si sono presi cura di noi servendoci i pasti in barca, aiutandoci a salire e scendere, porgendoci la mano per saltare da un ponte all'altro quando il nostro klotok si fermava in doppia fila ai piccoli moli sul fiume, stavano già imbarcando le nostre valigie.
I minuti passano a decine e, purtroppo, non si vede arrivare la barca di Biruté, ma non possiamo ritardare la partenza. Dovendo trascorrere l'ultima notte a Pangkalan Bun (il volo per Bali è la mattina presto) ci aspettano due ore di klotok fino a Kumai e poi una ventina di minuti in auto, quindi ci dispiace anche per l'equipaggio che deve accompagnarci. Niente, si vede che non era destino, questa volta.
Prendiamo posto nel nostro salottino di vimini sul ponte e navighiamo verso un tramonto che si fa sempre più spettacolare. A un certo punto incrociamo un klotok fermo dietro un'ansa e lo superiamo lentamente. Sul ponte c'è un gruppo di persone intorno a un grande tavolo e sulla sedia che ci dà le spalle c'è una donna che per corporatura, abbigliamento e capigliatura ci ricorda proprio Biruté. Che sia davvero lei con i suoi ospiti? Come d'abitudine tra due imbarcazioni che si incrociano, i passeggeri ci salutano, compresa la signora e noi ricambiamo. A vederla in viso mi sembra più giovane di Biruté, eppure mi resta il dubbio. Feddi ha ripreso il passaggio accanto alla barca, ma dura pochi istanti e non si vede bene. Poco dopo averli superati, Eros sale per dirci che quello era effettivamente il gruppo di ospiti atteso al lodge, ma che Biruté non era tra loro, anzi, sarebbe arrivata l'indomani. Non saprò mai se l'ha detto solo per consolarci sapendoci deluse per il mancato incontro, ma, nel caso quella signora fosse stata la leggendaria primatologa, almeno posso dire che ci ha salutato.
L'ultimo tramonto sulla nostra avventura in Kalimantan è meraviglioso, pieno di colori che fanno risaltare il profilo nero della giungla di cui siamo innamorate e che ci ha dato tanto da ricordare. Le nuvole prendono forme fantasiose e gli uccelli ci volano in mezzo, mentre il sole, nascosto dagli alberi, lancia pennellate di colori scintillanti per tutto il cielo. 


Spunta la luna e il buio avanza sul fiume avvolgendo la nostra barca. Sulle sponde, compaiono sciami di lucciole a illuminare la foresta come fosse un bosco di alberi di Natale. È tutto splendido, ma noi siamo un po' tristi perché stiamo andando via e continuiamo ripensare a quanto è bello ciò che abbiamo vissuto in questi giorni.
Alle sette l'oscurità è totale, ci sono solo i deboli fari del klotok a disegnare una striscia di luce sulla riva, seguendo le curve del fiume. Penso agli orangutan che a quest'ora stanno costruendo i nidi per la notte e mi torna in mente il racconto di Eros su come tutto sia collegato: le fronde strappate per fare i nidi lasciano passare la luce del sole attraverso l'ombrello della foresta ed è così che le piante più giovani e basse ricevono la luce necessaria a crescere. La natura pensa proprio a tutto, peccato che l'interferenza dell'uomo rischi di inceppare irrimediabilmente questo meccanismo perfetto.
Ci accorgiamo che andiamo incontro al mare perché vediamo mutare la vegetazione intorno a noi e il Sekonyer si allarga fino a spalancarsi nella baia di Kumai. Ci stiamo lasciando la giungla alle spalle e siamo ancora più tristi. Salutiamo gli alberi, la pioggia, le Nasica, le farfalle, i macachi, gli uccelli, i gatti, gli splendidi orangutan e già ne sentiamo la mancanza. Le nostre camere al lodge andranno a qualcun altro e invidio le mie scarpe che sono rimaste là.
All'imbocco della grande baia di Kumai le luci del paese in lontananza sono tutte in fila davanti a noi, ma ci accorgiamo che smettono di avvicinarsi.
«Siamo quasi arrivati, ma Eros aveva detto che avremmo cenato in barca o ricordo male?»
«Anch'io avevo capito così, però è tardi, forse ceneremo in hotel.»
Siamo sedute sulle nostre poltrone al buio e speriamo di non sbarcare mai, anzi, vorremmo invertire la rotta e tornare indietro, restare ancora un po' in paradiso. Da sotto non giungono né voci né rumori che ci diano un indizio, non capiamo bene se siamo fermi o andiamo pianissimo, il motore è al minimo. Prendo il quaderno dallo zaino, accendo la luce e mi metto al tavolo a trascrivere qualche pensiero, quando d'un tratto odo un suono familiare: «Ragazze, sento friggere!»
«Forse è la cena per loro.» L'equipaggio era in pieno Ramadan, dunque mangiava solo dopo il tramonto.
Confuse, ci raduniamo intorno alla tavola, aspettando che, finito di cenare, il capitano faccia rotta verso il paese e magari chiederemo l'ultimo caffè a bordo. Poi sentiamo l'inconfondibile: «Rumore di posate!» e finalmente Eros e i ragazzi arrivano dalla scala con i piatti in mano.
Sembravamo quattro vagabonde che non vedevano un pasto da mesi. Oh sì, la nostra ultima cena nel Borneo doveva essere in barca e ci è tornato il sorriso.
Più tardi, al molo privato da cui eravamo partite giorni prima, chiediamo di radunare un attimo l'equipaggio perché desideriamo ringraziare tutti per averci accompagnate in questa avventura con tante premure, ma senza mai essere invadenti. Il capitano, la cuoca e i due giovanissimi marinai erano sorpresi di essere inclusi nei ringraziamenti, evidentemente per i comuni turisti sono semplici comparse nel film della loro vacanza, mentre noi Cavallette siamo sempre attente a chi si prodiga per noi, ci imbarazza farci portare le valigie, aiutiamo a sparecchiare, arriviamo in anticipo per non farci attendere e ci piace mostrare che apprezziamo il loro lavoro. Eros è stato una buona guida, sempre sorridente, preparato quando gli facevamo domande e pronto quando avevamo qualche richiesta, ma non ci ha mai annoiate con lunghi spiegoni né ci ha costrette in un programma serrato, ha seguito i nostri ritmi e ci ha lasciato i nostri spazi. Abbiamo avuto un trattamento eccellente e tenevamo molto a dirglielo, consegnando a ognuno una busta con un messaggio e una piccola mancia. 
Sbarchiamo e i nostri bagagli vengono trasferiti su una monovolume con autista diretta all'hotel dove avevamo pranzato all'arrivo, un albergo di lusso dove, al solito, siamo le peggio vestite. La nostra guida ci scorta alla reception e sbriga le formalità per noi, gli chiediamo anche di farci avere un asciugacapelli, nella giungla non valeva la pena lavarseli, ma era giunto il momento di riprendere un aspetto decente. Scopriamo che Eros passerà la notte in città e verrà a prenderci il mattino dopo per accompagnarci in aeroporto, mentre credevamo di dover prendere un taxi: disponibile proprio dal primo all'ultimo istante. Ci affida al personale dell'hotel e ci dà appuntamento per le 6.30, sapendo che ci troverà pronte, come sempre.
Un fattorino, ci carica le valigie in ascensore e ci manda al terzo piano. Quando si aprono le porte, lo troviamo già lì: ma come diavolo ha fatto tre piani in cinque secondi? «Ma no, è un altro che gli somiglia» rispondo alle ragazze perché mi pare impossibile pure per Bolt, eppure sembra proprio lo stesso uomo. L'arcano si svelerà il mattino dopo quando, scendendo con la mia valigia, premo lo zero e mi trovo nel seminterrato in una sala per karaoke: l'ingresso al livello della strada è in realtà il secondo piano perché più in basso ci sono il giardino e il ristorante e ancora sotto il karaoke e il centro benessere. Allora sì, era lo stesso uomo che è salito di un piano soltanto.
Al piccolo aeroporto di Pangkalan Bun, salutiamo Eros e ci si spezza il cuore a prendere l'aereo che ci porterà via da questo paradiso. Selamat tinggal, arrivederci, meraviglioso Kalimantan!
Speriamo di essere state buone ospiti di Madre Natura e ce ne andiamo arricchite da tutti i suoi doni, comprese le persone gentili che ci hanno tenuto per mano attraverso questa indimenticabile esperienza. Lasciatemi anche dire che sono molto orgogliosa delle mie ragazze che l'hanno apprezzata pienamente e ci si sono immerse senza indugi o pregiudizi, senza mai lamentarsi del caldo o di fare pipì su una barca in movimento. Sono fortunata, ho delle amiche speciali: allegre, sensibili, generose, divertenti, curiose e intelligenti... come appare chiaro dalle loro espressioni in questa foto.




Come ha detto Feddi, lasciare la giungla è stato come svegliarsi da un bel sogno e poi scoprire che si poteva dormire ancora un po' perché eravamo dirette a Bali. Sapevamo che, dopo essere state così bene in mezzo alla natura, nessun altro luogo avrebbe retto il confronto, ma era sempre meglio che tornare a casa.
Qui trovate le ultime foto dal Kalimantan, ma il viaggio continua nei prossimi post.

giovedì 30 maggio 2019

Poesia della giungla



All'alba, un branco di Nasica è passato sopra le nostre teste e sui tetti del lodge, trovandoci già sveglie perché qui è talmente bello che quasi dispiace perderselo dormendo, eppure abbiamo dormito benissimo con la frescura della pioggia. Non potevamo immaginare un mattino più splendido: l'aria limpida, il cielo azzurro intenso decorato da nuvole bianche e il fiume. La pace delle prime ore del giorno, quando la giungla è già attiva, ma indisturbata dalle persone, è tutta da respirare. Passeggiamo in pigiama nei dintorni del lodge, seguendo scimmie e farfalle, e ovunque posiamo lo sguardo ci viene da sussurrare: «Che meraviglia!» e dico sussurrare perché è spontaneo, per chi è sensibile, inchinarsi davanti alla bellezza e usare il riguardo che meritano le cose preziose e fragili.
Dopo colazione, aspettiamo il klotok sul molo, godendoci la vista del fiume liscio e perfetto come uno specchio. Non servono parole, si sta lì a riempirsi gli occhi di stupore e a purificarsi l'anima con pensieri leggeri e profondi insieme, sperando di conservare il più a lungo possibile quell'incantevole sensazione di appagamento.


Ci imbarchiamo ancora una volta sulla nostra Rimba King, dove ormai ci sentiamo a casa al punto di girare scalze, e Sonia e Feddi si concedono anche un momento di yoga. Intorno al fiume, la vita è in fermento ed è un piacere catturarne i dettagli con lo sguardo e qualche foto.
Questa volta, Eros ci porta a Pondok Tangui, un'altra stazione di alimentazione dove Jungle Feddi, che la sera prima si guardava attorno terrorizzata dalle tarantole, si accuccia con noncuranza accanto al recinto che segna il limite di avvicinamento per i visitatori. Appena i ranger servono il pasto, gli alberi cominciano a muoversi ed è sempre emozionante intuire, ancor prima di vedere, l'arrivo degli orangutan. Il primo a banchettare è un maschio adulto, imponente, ma dall'aria placida, poi arrivano mamme e cuccioli. In questo gruppo c'è un piccolo vivace, curioso e un po' esibizionista che fa il bulletto con i più piccoli e ci guarda come se si aspettasse che lo divertiamo. Trovandoci noiosi, a un certo punto lascia la piattaforma e comincia a esercitarsi nell'arrampicata, passando di albero in albero sopra le nostre teste e proseguendo nei dintorni del sentiero. Non è ancora esperto e sicuro come gli adulti: fallisce qualche presa, rimane incastrato in un groviglio di rami, cerca la via migliore per tentativi.

Poi si ferma a fissare i nostri zainetti appoggiati alla panca e già immaginavo di dovergli lanciare una banana per farmeli restituire, ma quando Sonia, che era proprio sotto di lui, ha fatto un passo indietro per lasciargli spazio, il piccolo è risalito in cima all'albero. Avrà pensato che non valesse la pena abbassarsi al livello degli umani solo per curiosare in uno zaino. 
Sazia a sufficienza, una madre ha lasciato la piattaforma per tornare nella foresta col suo cucciolo, ma non ha preso il sentiero laterale come tutti gli altri, si è guardata intorno e ha deciso di passare per l'angolo del recinto dove stava accucciata la nostra Feddi. Credo che gli animali si fidino istintivamente di lei, ne ho avuto la prova più volte negli anni: dai gatti alle balene, dalle scimmie alle civette, tutte le creature del pianeta, per quanto selvatiche, la riconoscono e le si avvicinano senza timore, la scelgono tra le altre persone perché ne percepiscono la natura dolce e gentile. Lei, emozionata all'avvicinarsi della coppia, ma attenta a non infastidirli, non si è mossa e ha trattenuto il sorriso di gioia che le sarebbe venuto spontaneo perché per tutti gli animali, eccetto l'uomo, mostrare i denti è un gesto aggressivo; ha perfino distolto lo sguardo nel momento in cui mamma e cucciolo le sono passati accanto perché fissarli li avrebbe messi in allarme. In certi momenti bisogna saper rinunciare, il rispetto viene prima di tutto, e sono sicura che la dolce orangutan ha apprezzato la delicatezza, mentre qualsiasi altro turista avrebbe cercato di toccarli o li avrebbe intralciati per una foto. Ecco il filmato dello straordinario incontro.


Quando delle banane rimanevano ormai soltanto le bucce e gli orangutan erano svaniti per sentieri preclusi ai visitatori, si è presentato uno scoiattolo tricolore a ispezionare gli avanzi ed è giunta anche per noi l'ora di andare, camminando beate con i cuori carichi di nuovi splendidi ricordi.
La Rimba King ci portate lungo il fiume fino al molo di Pesalat, dove ci siamo fermati a pranzare e dei deliziosi piatti assaggiati in questi giorni vi parlerò in un post dedicato. 
Pesalat è un'area devastata da due grandi incendi alla fine degli anni novanta. Dal 2003 c'è un'associazione che si occupa di ripiantare gli alberi perduti e chiunque passi di qui può comprare il suo albero e piantarlo personalmente. Dopo una mezzora di cammino sulla passerella più scassata che abbiamo percorso - Eros ci ha raccomandato di restare al centro perché le assi potevano ribaltarsi di lato - siamo arrivati al vivaio dove il responsabile Udin ci ha raccontato del progetto, mentre da dietro la casetta che fa da ufficio sono spuntati due gatti tigrati, Lady e Crispy che si sono fatti coccolare e fotografare. Confermo quanto pensato della pantera al lodge: bella vita i gatti del Borneo. 
Udin ci ha mostrato le varie piante disponibili, tutte originarie del posto, e ce ne ha elencato le caratteristiche: quanto impiegano a crescere, la loro funzione nell'ecosistema della giungla, quali animali se ne cibano e quali vi trovano riparo, le proprietà del legno, delle foglie e dei frutti. Alla fine, ognuna di noi ha scelto il proprio albero e siamo andate a piantarlo. Accanto a ciascuna piantina, abbiamo sistemato un cartello con la data, il nome della pianta, il nostro nome e nazione. Tornando verso la radura dove ci aspettava Eros, mi sono messa a leggere i cartelli ai piedi degli altri alberi, felice che gente da ogni parte del mondo sia venuta qui a ridare vita alla foresta. Siamo rimaste a fare quattro chiacchiere con Udin e a coccolare i gatti. Ho scoperto che è il figlio del precedente responsabile che avevo conosciuto nel 2013, quando piantai il mio primo albero in Indonesia, lo stesso anno, una settimana dopo avrei coperto Alert grazie a Hari e nel 2017 sarei entrata a far parte dell'associazione. Tutto è cominciato proprio a Pesalat e ora ci sono tornata con le Cavallette.
Ripreso il fiume, Eros ci ha chiesto se eravamo stanche e volevamo tornare al lodge oppure ci andava di tornare ad Harapan, la stazione di alimentazione dove eravamo state il primo giorno, che tanto era "di strada". C'è da chiederlo?
Puoi tornare mille volte nello stesso punto della giungla e non lo troverai mai uguale, infatti, ci aspettava un'esperienza sorprendente. In anticipo sull'orario in cui i ranger riforniscono la piattaforma, ci siamo sedute sulle panchine soffrendo per il caldo e le zanzare che fini a quel momento non ci avevano mai infastidito. Sonia ha estratto dallo zainetto un ventaglio e l'abbiamo guardata con ammirazione: è proprio Master!  
D'un tratto, un possente maschio adulto è comparso nei pressi della piattaforma e, deluso che non fosse ancora apparecchiata, si diretto a grandi passi verso il pubblico, scavalcando una panchina e venendoci incontro per fermarsi appena prima del recinto. Io e le ragazze abbiamo cominciato ad allontanarci lentamente, trascinando via Jungle Feddi che ha un bizzarro senso del pericolo. Quando poi il grosso orangutan si è agitato di nuovo, salendo a gran velocità sui bassi rami proprio sopra le nostre teste, tutti i presenti sono scattati in piedi urlando e fuggendo verso il fondo della radura. Pessima reazione che avrebbe potuto irritare il bestione, fortunatamente insensibile all'isteria umana. Credo che la colpa sia stata anche delle guide che accompagnavano i vari gruppi, avrebbero dovuto far spostare la gente un po' prima, con calma, o almeno spiegare come comportarsi in presenza di un maschio importante non appena si è presentato alla piattaforma. Per fortuna, a lui interessavamo poco, è rimasto sul ramo a guardarci tanto per passare il tempo finché, all'arrivo dei ranger col cibo, è saltato giù ed è corso a mangiare. Sugli alberi nei dintorni, intanto, erano comparsi altri orangutan, ma sono rimasti in attesa, mentre quello che pareva il capo branco si scolava tutto il latte, poi si sono fatti avanti con cautela e, ottenendo il suo permesso, hanno partecipato al banchetto. Ci si è intrufolato perfino un macaco che pareva minuscolo in mezzo ai grossi cugini.
Di nuovo, arriva l'ora di lasciare la magia della giungla, dove la vita non segue le regole dell'uomo e, se da un lato la grandezza della natura, qui dove è libera di esplodere in tutte le sue forme, ci fa sentire piccoli e ignoranti, dall'altro ci accoglie con amore ricordandoci le nostre origini e che tutti abbiamo un posto nell'universo.
Col sole che cominciava a calare, siamo tornate al lodge per fare le valigie, molto a malincuore, tremendamente a malincuore, disperatamente a malincuore. Ma dell'ultima sera in Kalimantan vi parlerò nel prossimo post, per ora fermiamoci in questa stupenda giornata con le foto che la raccontano.

martedì 28 maggio 2019

Le gloriose


C'è una storia nella storia di questo viaggio che vi voglio raccontare per celebrare... un paio di scarpe.
Per le escursioni nella giungla, aspettandomi molta più pioggia di quanta ne abbiamo trovata, ho raccomandato alle ragazze di munirsi di scarpe adatte a camminate nel fango e ho portato con me i miei vecchi scarponi da trekking. Me ne sono lamentata tutto il tempo: troppo pesanti, ingombranti, calde. Finché, la mattina dell'ultimo giorno, le suole si sono aperte per ripicca, prima una e poi l'altra per solidarietà alla sua protesta.
Ho provato a ripararle con la colla che mi ha prestato Eros, camminando sulle punte perché facesse presa.

Non ha funzionato e ho capito che volevano andare in pensione. Dopotutto, hanno lavorato duramente ai miei piedi per anni e anni, per viaggi e viaggi, e quante avventure potrebbero raccontare dal loro punto di vista. Hanno percorso chilometri di strade, hanno scalato le dune del deserto del Sahara, si sono arrampicate su vulcani dalle Eolie alle Hawaii all'Indonesia, hanno guadato fiumi e attraversato foreste, camminato nella savana e su sentieri di montagna, sono passate dal caldo torrido al gelo della neve: queste scarpe hanno girato il mondo, proteggendomi fino alle caviglie senza mai lamentarsi.
Finché le suole si sono spalancate come bocche per dirmi: «Adesso basta! Noi ci fermiamo qui.» Così, le ho fotografate, salutate e lasciate al lodge perché meritavano una fine all'altezza del loro eccellente servizio, nell'ambiente per cui sono state fabbricate. E poi, chissà, qualcuno potrebbe ripararle e portarle a camminare dentro nuove storie.
Ciao, scarpe gloriose!



domenica 26 maggio 2019

Pioggia sulla giungla


Svegliarsi nella giungla con il suono e il profumo della pioggia è qualcosa di indimenticabile. Aprire la porta della stanza e vedere le piante che luccicano bagnate intorno a te ti fa sentire felice di essere al mondo, in quel luogo e in quel momento.
Dopo aver sofferto il caldo durante la notte perché ci rifiutiamo di sprecare l'energia dei pannelli solari per l'aria condizionata, la frescura portata dall'acquazzone ci ha riempite di energia.
La Rimba King ci aspettava al molo alle 7.30, ma ci siamo alzate prestissimo – la Fra era in piedi dalle cinque a esplorare i dintorni – per fare colazione con calma e anche perché la sera prima siamo vergognosamente crollate appena dopo le nove. D'altra parte, il ritmo naturale delle nostre giornate dovrebbe andare dall'alba al tramonto e non abbiamo fatto altro che ritrovare la sintonia con la natura, quell'equilibrio istintivo che la vita di città sconvolge. Ci siamo prese il tempo di goderci la pioggia passeggiando lungo le passerelle di legno che dalle camere arrivano al ristorante e di ritrovare il gatto-pantera passato a darci il buongiorno e ad alleviare la nostalgia dei nostri gatti di casa.
Ci siamo imbarcate puntuali dopo colazione e l'aria fresca si è fatta pungente quando la barca è partita, perciò Eros ci ha offerto delle coperte. Io, da brava anziana, ho molto apprezzato e mi ci sono avvolta nella mia poltrona di vimini, sentendomi la regina della foresta.
Anziché disturbarci, la pioggia ha reso il panorama ancor più suggestivo, in fondo è così che si presenta la giungla nei romanzi d'avventura. Ci siamo godute pienamente l'ora e mezza di navigazione mattutina immerse nella pace della natura, pensando anche all'importanza della pioggia per tutte le forme di vita che, qui sotto il cielo, la ricevono in regalo per dissetarsi e crescere. 


Lungo il percorso ci siamo fermati ad ammirare un grosso branco di scimmie Nasica che faceva colazione sugli alberi accanto al fiume. Queste scimmiette dal pelo bicolore, chiaro sul petto e rosso sul dorso, con il loro nasone per cui vengono anche chiamate scimmie con la proboscide e gli occhietti espressivi, sono abili acrobate e compiono salti spettacolari da un ramo all'altro perfino con i cuccioli stretti al ventre. Ripreso il viaggio, ci siamo inoltrati in un ramo minore del Sekonyer, che restringendosi per un lungo tratto prima di riaprirsi, ci ha fatte sentire ancor più avvolte dal verde delle piante e più vicine alla foresta.
L'acquazzone si è affievolito proprio quando siamo giunte a destinazione, sbarcando al molo di Camp Leakey. Di questo centro di ricerca e recupero degli orangutan salvati dal bracconaggio e da situazioni di cattività, vi ho già parlato altre volte, come della sua fondatrice Biruté Galdikas, per esempio qui. È un luogo dove ci si occupa di conoscere e proteggere le meraviglie che noi Cavallette siamo venute a osservare, quindi la visita è cominciata dal piccolo museo dove sono conservati alcuni cimeli del periodo in cui Biruté venne ad abitare in una capanna nella giungla per cominciare a studiare gli orangutan selvatici nel loro ambiente. Grazie all'interesse del mondo scientifico per la sua ricerca e l'arrivo di ulteriori finanziamenti (tra cui quello della National Geographic Society), quella capanna è diventata Camp Leakey e il parco circostante una riserva naturale protetta. Una sala del museo è dedicata agli alberi genealogici delle famiglie di orangutan dell'area e ai membri di ogni generazione vengono dati nomi con la stessa iniziale del nome dato alla madre. Abbiamo anche scoperto che, oltre ad avere quasi il 97% del DNA in comune, condividiamo con gli orangutan un altro curioso aspetto "sociale": mentre le femmine passano dall'adolescenza alla maturità, i maschi passano prima per una fase di sub-adulti. Vi lascio a considerazioni e battute che abbiamo fatto anche noi.
Ci sono poi fotografie, testi, statistiche sulla vita di questi bellissimi primati e sulla fragilità del loro habitat con la lista delle principali minacce: incendi (appiccati dai bracconieri per agevolare la caccia), deforestazione (causata dall'avanzare delle piantagioni di palma da olio e altre coltivazioni tutt'altro che sostenibili), mutamenti climatici che sconvolgono i cicli di crescita della foresta, la fioritura e la fruttificazione che sfama gli animali. Che il biglietto d'ingresso e una percentuale del nostro soggiorno al lodge contribuiscano a difendere questo ambiente è un piccolo aiuto, poi conta molto anche lo stile di vita che adottiamo a casa perché si possono far danni qui anche abitando a migliaia di chilometri di distanza: l'Europa è al terzo posto per consumo di olio di palma. Non ci costa nulla leggere le etichette sui prodotti che compriamo al supermercato e scegliere di evitare quelli che lo contengono, a volte celato sotto la dicitura “olio vegetale”, basta optare per altri oli, magari sostenendo gli uliveti nostrani preferendo olio d'oliva italiano, no?
Ma torniamo a Camp Leakey. Dopo il museo, ci siamo inoltrate per il sentiero che conduce al punto di alimentazione. Questa volta, c'erano più turisti il che, da un lato significa maggiori incassi per il centro, dall'altro maggior probabilità di incontrarne di maleducati. I cartelli di “fate silenzio!” sono ovunque, ma pare non abbiano effetto su certa gente che chiacchierava ad alta voce e rideva sguaiatamente, e stranamente non erano italiani, come quegli spettatori al cinema che devono commentare ogni scena. Abbiamo sentito una tranquilla coppia seduta accanto a noi dire: «Se vuoi lo zoo, vai a Berlino, non vieni qui.» E infatti non capivamo perché fare tanta strada se poi non rispetti il luogo dove sei ospite. 
Malgrado gli schiamazzi, a un certo punto si è mosso un albero alla nostra sinistra ed è comparso un gibbone. Splendido vederlo volteggiare di ramo in ramo, atletico e leggero come una ginnasta alle parallele, e presentarsi per primo al banchetto. Guardate i due filmati ripresi da Feddi.



Abbiamo visto muoversi le cime degli alberi in lontananza, segno che gli orangutan erano in arrivo, si agitavano fronde sempre più vicine e la nostra eccitazione cresceva. A differenza dei gibboni, gli orangutan hanno un'andatura più lenta e rilassata, una grazia insospettabile per la loro stazza. Quando si sono trovati tutti nei dintorni della piattaforma, è stato bello osservare le differenze nei loro movimenti e gesti, i loro atteggiamenti e rapporti. Per coglierli al meglio, Sonia ha estratto un piccolo binocolo e noi ci siamo stupite di quanto fosse attrezzata la nuova Cavalletta, d'altra parte ha più esperienza o, come ha esclamato la Fra, «Lei è Master!» 
Le foto non rendono minimamente giustizia alla bellezza né possono raccontarvi l'emozione di quei momenti, ma provate a immaginare o prendete un aereo e andate a vedere con i vostri occhi e i vostri cuori. 
Peccato che non si possa rimanere più di due ore, ma è anche giusto limitare la presenza di turisti. Tornando al molo lungo la classica passerella di legno che unisce gli attracchi fluviali alla foresta, ci siamo imbattute in un ranger che ci avvisava che poco più avanti stava passando una madre con il piccolo, perciò dovevamo fermarci e fare silenzio finché non se ne fossero andati. Non abbiamo osato nemmeno fotografare per non infastidire la mamma orangutan, una foto in meno non è importante, trovarsi lì, invece, è stato fantastico e nessuno ce ne toglie il ricordo. Alle nostre spalle, è arrivato il gruppo rumoroso, ma per fortuna c'eravamo noi a ostruirgli la strada ed è andato tutto liscio. I maleducati, però, hanno ricevuto una lezione direttamente dagli abitanti della giungla: al molo si erano riuniti alcuni macachi - anche una mamma con un minuscolo cucciolo - famosi per essere dispettosi e ladri, infatti, quando il klotok dei rumorosi turisti si è avvicinato per imbarcarli, una scimmietta è saltata sul ponte come un fulmine, fuggendo con un pacchetto di patatine lasciato incautamente aperto e incustodito.
Ripreso il fiume è ricominciata anche la pioggia e poco dopo ci siamo fermati a pranzare in un punto abbastanza largo da lasciar passare altre imbarcazioni. I piatti erano talmente deliziosi che abbiamo voluto conoscere la cuoca per farle i complimenti. Ho chiesto a Feddi di fotografare tutto e segnarsi le ricette per cucinarmele a casa.
Il programma prevedeva una passeggiata "notturna", intorno alle 18.30, in un altro punto della foresta nella speranza di avvistare gli animali che tipicamente escono dalle tane con il buio, come il Tarsio e il Lori Lento, piccolissimi primati dai grandi occhi. In attesa del tramonto, abbiamo proseguito navigando lentamente, chiacchierando e guardandoci intorno.
Osservando il paesaggio la nostra vista si abituava a scorgere uccelli e scimmie tra gli alberi, notando movimenti e fruscii che prima ci sfuggivano e ora ci erano familiari, come se pochi giorni nella giungla fossero sufficienti a far riemergere sensi perduti, innati e istintivi, ma accantonati in un angolo del cervello perché inutili nelle città in cui viviamo. Un tempo era fondamentale riconoscere i segni della presenza di un animale, orientarsi con le stelle, prevedere una tempesta, conoscere la terra con i suoi frutti e i suoi pericoli; oggi, tra noi e la natura, c'è una grande distanza, grande quanto procurarsi l'acqua aprendo semplicemente un rubinetto anziché seguire il rumore di un torrente attraverso il folto della foresta fino a raggiungerne la riva. Le comodità e la tecnologia a cui siamo abituati di certo ci hanno reso la vita più facile, ma ci hanno anche privato di qualcosa e, quando ci troviamo immersi in ambienti come questo, dove non c'è nulla di ciò che abbiamo a casa, ci accorgiamo che non ci serve nulla, che apparteniamo anche alla foresta per nostra antica natura e la sensazione è proprio quella di riscoprire le proprie origini, che affondano nella natura selvaggia come le radici di questi magnifici alberi affondano nel terreno.
L'alternarsi di pioggia e sole ci ha regalato un tramonto rosso fuoco, poi ci siamo incamminate per questo "safari notturno" in compagnia di Eros e di un ranger. Con le torce si illuminavano i dintorni sperando di cogliere il riflesso degli occhi di qualche animale notturno, ma per tutto il sentiero non abbiamo avvistato altro che ragni, l'incubo di Feddi, eravamo circondate da nidi di tarantola e l'unica cosa carina che abbiamo visto è stata un uccellino verde.
Sulla via del ritorno al lodge, ormai nell'oscurità totale, ci siamo riscaldate con un buon caffè all'indonesiana che però tremava tutto al ritmo del motore. Ve lo mostro in questo filmato che non sono riuscita a raddrizzare, ruotate voi lo schermo del computer, per favore.


La giornata si è conclusa con una doccia, anche se abbiamo rinunciato a lavarci i capelli perché è impossibile asciugarli e comunque dopo cinque secondi si suda di nuovo, e una splendida dormita nella quiete della giungla rinfrescata dai temporali.

Presto un'altra puntata della nostra avventura, intanto godetevi il secondo album di foto.