giovedì 15 ottobre 2026

Super Lois e la valle incantata

Vi avevo lasciati sulla strada da Nairobi a Meru che dopo un tratto di agevole autostrada diventa una provinciale infinita a una sola corsia. Per questo motivo ci vogliono sei o sette ore per percorrere i 332 chilometri fino al parco nazionale e, come sapete, all'equatore il buio cala puntale alle 18. Lungo il tragitto abbiamo fatto una sosta al bar di una piantagione di caffè. Io e Sonia siamo rimaste sorprese dalla bontà dell'espresso che in genere fuori dall'Italia sa di risciacquo di lavatrice, ne abbiamo perfino comprati due pacchetti da portare a casa. Peris ha telefonato al lodge per avvisare che saremmo arrivati intorno alle 21 e che avremmo cenato lì.

Nei villaggi e cittadine che osservavamo dai finestrini, ogni cosa era velata di terra rossa inaridita dalla lunga stagione secca: i tetti di lamiera, i banchi dei mercati che stavano chiudendo, ceste di frutta, sacchi di riso, bambini, sedie di plastica con i colori sbiaditi dal sole, le motociclette dei tassisti abusivi Bodaboda che fanno anche servizio traslochi (ricordo il divano legato sul retro della moto con un tizio seduto sopra fotografato con i miei &Friends nel 2023).

Era già buio quando ci siamo fermati l'ultima volta a fare il pieno di benzina perché poi nei dintorni del parco non ci sono più distributori e doveva bastarci per tutti i safari. I chilometri rimanenti sono passati in un colpo di sonno, per fortuna mio, non di James che era al volante.

Finalmente raggiungiamo il cancello del lodge Ikweta che sono quasi le dieci e il guardiano notturno ci domanda: -Chi siete? Dovete entrare?- mi aspettavo che ci chiedesse un fiorino per passare.

Il lodge è lo stesso dov'eravamo stati tre anni fa: bungalows tendati sparsi in un giardino pieno di alberi, fiori e cactus pattugliato da una folta colonia di gatti che tengono lontani i serpenti e altri animali indesiderati. Ospiti del lodge sono anche le rane che abitano nei dintorni delle fontane e che avevano tenuto svegli Francesca e Francesco, alloggiati vicino alla piscina. Così Peris ha prenotato una tenda lontana dalla piscina, molto lontana, la più lontana di tutte e ci sembra di fare chilometri sui sentieri lastricati che dal ristorante si intrecciano a labirinto nella vegetazione verso ogni stanza.

La nostra si chiama “Gazelle” ma io e Sonia l'abbiamo ribattezzata “Camera per genitori divorziati” perché ci sono due letti singoli per gli ex marito e moglie, più un lettino aggiunto per la bambina traumatizzata dalla separazione che è toccato a Sonia in quanto più snella di noi.

Il bagno in pietra è molto carino, ma alla doccia mancavano pressione e acqua calda. Ci siamo accontentate perché troppo stanche e comunque faceva molto caldo e l'acqua fredda andava bene. Tanto eravamo certe che Peris si sarebbe lamentata il giorno dopo e, infatti, il problema della doccia è stato poi risolto.

La prima notte in un posto nuovo è sempre un po' agitata. Russiamo tutte e tre disturbandoci a vicenda, in più, noi cittadine non siamo abituate ai suoni della notte selvaggia. Sonia continuava a dirmi che la tenda della finestra accanto al suo lettino si muoveva. Era il vento? O un elefante attirato dal russare che ci ha prese per elefantesse in amore? Mi ripeteva: -Guarda! Si muove ancora.- ma io al buio e senza occhiali nemmeno vedevo il suo letto. Comunque era il vento che ha rinfrescato la notte equatoriale tanto che mi sono coperta col lenzuolo.

La mattina dopo, riposate e impazienti di cominciare la vera vacanza, abbiamo fatto colazione con i gatti che si stiracchiavano, si facevano le unghie sulla corteccia degli alberi e si tolettavano dopo una notte di caccia.

Finalmente facciamo il nostro ingresso al parco nazionale Meru per il primo safari della settimana. Con noi c'è la giovane Lois, guida locale del Kenya Wildlife Service (KWS), che, dice James presentandola, saprà darci molte più informazioni di quanto possa fare lui che pure conosce bene le piste. Le foto (che caricherò appena avrò una connessione più potente) descrivono la bellezza di quest'area selvaggia meglio dei miei racconti. Eravamo l'unico fuoristrada in circolazione: solo noi e la natura e, quando James spegne il motore davanti a un panorama o un animale che stiamo osservando, ci avvolge un'ondata di pace come accade solo nei luoghi remoti. Avvicinandoci alla formazione rocciosa chiamata “Roccia del leopardo” avvistiamo una leonessa accucciata all'ombra su una lastra da cui domina i dintorni. È nella posizione di Elsa sulla copertina del libro Nata Libera e ci fermiamo ad ammirarla e fotografarla per un bel po'. Sonia, con il binocolo che si porta sempre dietro perché è master di viaggi, nota una lucertola sulla stessa roccia. Un attimo dopo, Lois menziona la lucertola dicendo che la leonessa la lascia avvicinare perché cacci gli insetti dal suo manto biondo. Io e Sonia ci stupiamo: -Come ha fatto a notarla senza binocolo? Caspita che vista pazzesca.-

A pranzo commentiamo la cosa con Peris e lei scoppia a ridere: Lois aveva usato il binocolo di James e gliel'aveva restituito prima di dirci della lucertola, perciò non gliel'avevamo visto in mano quando indicava la roccia. In effetti, sarebbe stato troppo anche per una guida con la vista allenata. Quando siamo rientrati nel parco nel tardo pomeriggio, abbiamo raccontato a Lois che per un po' avevamo creduto avesse il potere della supervista e da allora è diventata Super Lois.

Il safari serale è stato nell'area del Meru dedicata alla conservazione dei rinoceronti bianchi e neri. La pista sterrata sale un po' attraverso una savana di erba dorata dalla siccità, dove spuntano enormi baobab con le pance gonfie, cave all'interno per raccogliere grandi quantità d'acqua nella stagione delle piogge e continuare a crescere in quella secca. Sono alberi imponenti, ma anche buffi con i tronchi paffuti e i rami sproporzionatamente corti adornati da ciuffi di foglie e fiori bianchi.

Alla fine della salita, la vista si apre su un'ampia e meravigliosa valle traboccante di animali: giraffe, zebre, gazzelle, bufali, elefanti, rinoceronti, uccelli di specie diverse, tutti usciti allo scoperto non appena è cominciata a calare la temperatura bollente delle ore centrali della giornata. Sembrava l'illustrazione di un libro di favole: la luce del sole basso indorava la valle e faceva scintillare le pozze d'acqua che punteggiavano una striscia di prateria verdissima, poi una lunga pennellata giallo savana, poi le sagome nere degli alberi in controluce e le montagne blu sullo sfondo. Un vero incanto.

Sarei rimasta a contemplare la valle per sempre, ma il parco chiude alle sei per permettere agli animali di vivere la notte, momento in cui sono più attivi, indisturbati da noi umani.

Cose che ho imparato da Lois: la giraffa maschio è pelata e ha la fronte più pronunciata, come se avesse un corno, mentre la femmina ha una criniera a cresta tra le antenne che scende lungo il dorso del collo; il bufalo maschio ha le corna unite sulla fronte per proteggere la testa durante i combattimenti, la femmina, che non deve combattere, ha invece le corna separate; i rinoceronti sono tutti grigi, ma quello che chiamiamo bianco, il più comune, ha la bocca bianca e il teschio lungo, cioè c'è maggiore distanza tra la fronte e il corno, quindi con la testa così pesante si nutre brucando l'erba, quello nero, invece, ha il teschio più corto e mangia le foglie dagli arbusti.

E con questa lezioncina vi saluto.

martedì 13 ottobre 2026

La maledizione del 2026

NOTA i post sono tutti in differita di circa due giorni perché tempo per scrivere, connessione Internet e lucidità mentale di sera scarseggiano

La tanto attesa e unica vacanza di quest'anno è cominciata con il volo di Air Arabia da Bergamo in ritardo di due ore. Air Arabia è una compagnia low cost degli Emirati Arabi e oggi ho imparato che le low cost vanno bene per tratte brevi e dirette. E basta.

Due ore era esattamente il tempo che avevamo per fare scalo a Sharjah prima del volo per Nairobi, quindi al banco del check-in abbiamo chiesto cosa ne sarebbe stato della nostra coincidenza e ci è stato risposto: -Be' vi aspetteranno.-

Rincuorate, ma poco convinte, salutiamo le valigie sperando che riescano a prendere il nostro stesso volo e proseguiamo verso i controlli di sicurezza. I bagagli a mano scorrono sotto gli scanner e all'uscita dal tunnel alcuni, in maniera del tutto casuale, vengono spinti su un nastro parallelo per controlli più approfonditi. Il cestino con gli averi di Sonia fluisce tranquillo verso di lei; il mio finge di seguirlo, poi scatta a sinistra e finisce nelle mani dalla doganiera che se lo porta via.

Sono ormai rassegnata alla maledizione del 2026 e quando l'attesa per riavere il mio zainetto si prolunga penso che probabilmente lo stiano facendo brillare.

Sui tabelloni, il ritardo del nostro volo peggiora di dieci minuti, poi migliora di tre minuti, poi peggiora di sei, poi cambia gate e, insieme agli altri passeggeri ci spostiamo per il terminal come una mandria esasperata. Anche altre compagnie partono con ritardi considerevoli e quando i gate approno l'annuncio dice di recarsi all'imbarco immediatamente: prima ti abbandonano sui seggiolini di ferro per ore e poi devi pure correre.

L'aeroporto si svuota pian piano, bar e negozi chiudono, guardiamo decollare gli altri voli nella notte bergamasca con una certa invidia, sapendo che noi saremo gli ultimi. Ci imbarchiamo che è quasi l'una, decolliamo all'una e mezza. La trasvolata dura sei scomode ore nei sedili low cost che ci schiacciano tra gente poco pulita, poco educata e un tizio che russa come un cinghiale raffreddato. Verso l'alba, dalla fila quattro si leva la voce di una donna in una lingua che non conosco e vedo gli assistenti di volo voltarsi allarmati verso di lei, mentre i passeggeri di tutte le file intorno si alzano in piedi agitati. No, vabbè, ho pensato, pure l'attentato o il dirottamento? Ma come mi è venuto in mente di andare in viaggio nel 2026?

Sonia dormiva e non l'ho svegliata perché non c'era motivo di spaventarla, meglio saltare in aria da inconsapevoli. L'annuncio che domandava se ci fosse un dottore tra i passeggeri ha ridimensionato la scena: le grida della donna erano una richiesta d'aiuto per il marito che si sentiva male. Per la cronaca si è poi ripreso.

All'atterraggio siamo corsi tutti fuori come se ci fosse un incendio perché ognuno di noi aveva coincidenze da prendere e, spoiler, tutti le abbiamo perse. Il nostro volo per Nairobi era partito in perfetto orario, non aveva nemmemo provato ad aspettarci. Quindi ci dirigiamo insieme al centinaio di orfani low cost verso il banco dei transfer per avere istruzioni. C'erano tipo otto impiegati dietro il banco e soltanto uno stava lavorando, il nostro turno è arrivato dopo 4 (sì, sì, ho scritto 4) ore di attesa in coda. Eravamo così sfinite che ci era perfino passata la rabbia e quando abbiamo scoperto che non ci sarebbero stati altri voli per Nairobi fino al mattino dopo, desideravamo solo uscire dall'aeroporto. La compagnia ci ha dato un voucher per taxi, hotel, pranzo, cena, colazione e ritorno in taxi per il nuovo imbarco. Abbiamo lasciato i bagagli in aeroporto, così non avremmo dovuto rifare il check-in, poi ci è stato rilasciato un visto provvisorio per gli Emirati Arabi e siamo finalmente uscite all'aperto. Credo che sul Sole faccia meno caldo che a Sharjah alle due di pomeriggio, ma boccheggiando ho sventolato il nostro voucher per corsa gratis nel parcheggio e uno dei tassisti in attesa sotto la pensilina ci ha spiegato che, essendo donne non accompagnate, avremmo dovuto rivolgerci ai taxi colorati di rosa, guidati da donne. La tassista Magdalena si è lanciata con sicurezza nel traffico della metropoli mediorientale tra grattacieli luccicanti, nubi di sabbia del deserto e un'infinità di centri commerciali. Sharjah si affaccia sul mare, ma non ha nulla di vacanziero, fa troppo caldo per vivere all'aperto, tutto si svolge all'interno di palazzoni con aria condizionata a 20 gradi. In uno di quelli si trovava il nostro albergo.

Lo staff è stato gentilissimo e, mentre consumavamo il pranzo al buffet nel ristorante panoramico vista mare, ci hanno preparato un appartamentino con due camere e due bagni. Un vero lusso da sceicche! Giretto nel supermercato, cena con tutti gli altri passeggeri orfani finiti nello stesso hotel, doccia e nanna in letti comodissimi. Intorno all'una di notte, vengo svegliata all'improvviso da un allarme che suona nel corridoio dell'appartamento e si accende la lampada di emergenza. Il mio primo pensiero, ammetto non lucidissimo, va alla sirena antiaerea. Poteva mancare un attacco di droni iraniani alla mia collezione di disastri 2026? Mi ricompongo, mi alzo e controllo in cucina se per caso abbiamo fatto qualche casino con il bollitore che avevamo usato per un tè prima di andare a letto, ma non c'era nessun incendio. Allora guardo dallo spioncino se altri ospiti stiano fuggendo dalle stanze, ma tutto tace. Di nuovo, non ho svegliato Sonia (dorme sempre durante una crisi) e sono tornata a letto perché ero troppo stanca per combattere l'Iran, ma ho dato le spalle alla finestra nel caso fosse esplosa mentre dormivo.

La mattina dopo alle 6, un taxi ci ha riportate in aeroporto e finalmente siamo ripartite per Nairobi. Al terminal degli arrivi internazionali ci ha accolte Peris con baci e abbracci. L'odissea, però, non era ancora terminata. Nel parcheggio, anziché il solito furgoncino scassato, abbiamo trovato un bel veicolo 4x4 da avventura e a farci da autista il simpatico e competente James che mi aveva già accompagnata nel 2022.

Dopo una notte da sceicche non richiesta, siamo partite per cinque notti da esploratrici, ma tra Nairobi e il lodge al parco nazionale Meru c'erano ancora 6 ore e mezza di strada.

Nel prossimo post vi racconterò dell'arrivo notturno e del primo attesissimo safari.

sabato 1 agosto 2026

Progetto Kenya 2026

Durante il viaggio in Kenya del 2023 ero con i miei &friends Francesca e Francesco. Lungo il tragitto verso il bellissimo Parco Nazionale Samburu, passammo una notte e un giorno di safari nel più piccolo Meru e mi è rimasta la voglia di esplorarlo meglio. Così ho chiesto alla super professionale ed esperta Peris di organizzare laggiù la mia settimana di ottobre. Con me verrà anche Sonia che non ha ancora visto quella zona del Kenya e sono certa che l'amerà, sia per i panorami inusuali di foreste e savana collinare sia per la pace data dalla quasi assenza di turisti, solitamente attratti dai parchi più famosi.

Il fiume Tana segna il confine tra il Meru e il Kora che invece mi è del tutto nuovo. Conosciuto come "l'ultima area selvaggia", è stato dimora e luogo di studio dei naturalisti Joy e George Adamson. Lei austriaca e lui inglese si dedicarono alla riabilitazione e reintroduzione in natura di grandi felini rimasti orfani o salvati dalla cattività. Nel 1960 Joy scrisse il libro Nata libera, storia della leonessa Elsa, che ebbe un enorme successo. Il marito George fu ucciso dai bracconieri nel 1989, ma la comunità locale tiene in vita la loro memoria e prosegue ancora la loro opera di conservazione dell'ambiente e protezione degli animali. Dal libro furono tratti un film e una serie tv che Sonia guardava da piccola, infatti è già emozionata all'idea di visitare le tombe di Elsa e dei suoi protettori umani che si trovano proprio all'interno del parco.

Joy con Elsa

Meru e Kora fanno parte della MCA Meru Conservation Area che si estende per oltre 5000 chilometri quadrati nel Kenya centrale e include anche le riserve naturali di Bisanadi e Mwingi. I quattro parchi sono abitati da leoni, leopardi, ghepardi, elefanti, bufali, ippopotami, giraffe, la rara zebra di Grevy, centinaia di specie di uccelli e ospitano un santuario protetto per rinoceronti bianchi e neri (che visiteremo).

Si tratta di zone in gran parte incontaminate, infatti alloggeremo nel parco Meru perché è l'unico attrezzato e da lì esploreremo per cinque giorni addentrandoci nel Kora dove il paesaggio è caratterizzato da imponenti formazioni di granito chiamate inselberg e diverse cascate del fiume Tana.

Dopo cinque giorni di safari nella MCA, ci sposteremo alle pendici del monte Kenya, nel lodge immerso nella foresta dove ero stata due anni fa. Ci rilasseremo con passeggiate di birdwatching e trascorreremo l'ultima notte nella natura prima di tornare a Nairobi, direttamente in aeroporto per il volo di ritorno.

Non vedo l'ora.



sabato 25 luglio 2026

La natura che cura

Mi farebbe bene rifugiarmi nella foresta, farmi coccolare dagli alberi, lasciare che il verde assorba e diluisca il nero. Dan mi ha mandato un'immagine dell'albero Alberto che cresce, sono felice di averlo piantato e che papà l'abbia visto nelle mie foto. Adesso vorrei sedermi nella sua ombra rasserenante. Purtroppo non riesco ad andarci in questo momento, posso assentarmi solo per una settimana a ottobre. 

Ho deciso allora di tornare in Kenya, due voli brevi e solo un'ora di fuso orario. Lì la natura si contempla a distanza di sicurezza, non si può certo passeggiare tra i leoni, però ho scelto un itinerario fuori dalle rotte turistiche per immergermi indisturbata nei panorami e osservare la vita libera degli animali intorno a me. Ve lo racconterò nel dettaglio in un altro post, ma già l'idea di partire mi fa sentire meglio.

Intanto ho un gatto, un fratello e amicizie profonde che rinverdiscono le mie giornate e miei pensieri ogni volta che ne ho bisogno. Sono una Barbuna fortunata.

sabato 27 giugno 2026

Abbiamo bisogno di alberi

In questo rovente finale di giugno con l'aria immobile appesantita dalla puzza di smog e rifiuti bolliti al sole, con l'asfalto molle e incandescente come un fiume di lava, con il cemento dei nostri palazzi che moltiplica il calore anche di notte, sento ancor di più la nostalgia per le "mie" foreste indonesiane. Il caldo nella giungla tropicale è intenso, ma lontanissimo dai 56 gradi a terra dei nostri marciapiedi assolati, nella foresta il panorama è verde, l'aria sa di natura e non di sporcizia.

Ci servono più alberi.

Lo capite quando il sole batte direttamente sulle finestre di casa senza il filtro di un bel fogliame rigoglioso. Lo capite quando non trovate un albero in tutto il quartiere sotto il quale parcheggiare l'auto e lasciarla al sole significa aprire la portiera sentendo Benedetta Parodi accogliervi nell'abitacolo al grido di "Dolci in forno!" e vi grigliate le mani sul volante arroventato. Lo capite quando siete costretti a portare fuori il cane alle cinque del mattino quando la temperatura è soltanto di trenta gradi. Lo capite perché ormai lo sanno anche i negazionisti che le nostre estati stanno diventando sempre più lunghe e bollenti.

Ci servono assolutamente più alberi. In tutto il mondo. Non solo per rinfrescare le città, non solo per ripulire l'aria dai nostri scarichi, non solo per proteggere la terra da troppo sole o troppa pioggia, non solo per darci frutti e fiori e legname e carta, non solo per preservare coste e pendii dall'erosione: le piante, terricole e acquatiche, fanno parte del ciclo vitale del nostro pianeta, senza di loro sarebbe un sasso disabitato che rotola nello spazio. Dobbiamo proteggere le piante che abbiamo, ripiantare quelle che usiamo e moltiplicarne la quantità ovunque.

E poi sono belle. Ogni pianta è affascinante sia nell'aspetto che nel funzionamento. Ho letto storie incredibili sulle strategie di sopravvivenza e riproduzione di semi, foglie, fiori, spine, rami e fusti. E ho letto le storie di chi, come me, per amore delle piante ha compiuto viaggi per i quali era fisicamente impreparato solo per godere della loro vista e scoprirne i segreti. Come la signora Jamaica Kincaid che si è imbarcata in un incredibile trekking sull'Himalaya in cerca di semi e come il botanico Chris Thorogood innamorato fin da bambino di un fiore che rischia di estinguersi per mancanza di habitat ed è andato a cercarlo nelle Filippine e in Indonesia per studiarlo e sperare di salvarlo.


Madre Natura non ha bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di lei.

sabato 28 marzo 2026

L'ultimo angelo

Quattro giorni fa si è spenta Biruté Galdikas, l'ultimo dei tre angeli di Leakey, la più giovane delle tre pioniere della primatologia. Ha data un inestimabile contributo non solo allo studio degli orangutan, ma alla protezione loro e della loro foresta in cui vivono, dedicandovi la sua intera vita. Ho scritto spesso di lei in questo blog, ogni volta che sono stata a Camp Leakey, che Biruté ha fondato nel 1971 intitolandolo al suo mentore.

Ripenso a quella sera del 2019 quando mi trovavo sul molo del lodge di Rimba con le mie amiche, l'ultima sera in Kalimantan. Stavamo caricando le valigie sul klotok che ci avrebbe portate via e il lodge era tutto addobbato per dare il benvenuto alla professoressa Galdikas e ai suoi ospiti in arrivo. Sperando di incontrarla, ci siamo attardate il più possibile, ma alla fine siamo dovute partire. Salpate da poco, abbiamo incrociato un klotok che navigava in direzione opposta e sul ponte superiore un gruppo di persone conversava attorno a un grande tavolo di legno. A capotavola, c'era una donna con capelli grigi scompigliati sotto un cappello: era Biruté Galdikas. L'avevamo mancata per pochi minuti e la delusione fu tale che cercammo di convincerci che non fosse lei, ma sapevano di aver appena sfiorato una delle nostre eroine. Un'occasione perduta ormai per sempre.


Addio, grande donna, e grazie di tutto.

sabato 3 gennaio 2026

Esploratori vs giornalisti vs scrittori

Tre le mie letture preferite, ci sono i racconti di viaggio. Non solo romanzi d’avventura, ma storie vere, meglio se narrate in prima persona dai protagonisti.

Negli anni ne ho lette diverse e c’è grande differenza tra i diari scritti dagli esploratori, i reportage dei giornalisti e le esperienze personali raccontate da scrittori che di solito pubblicano romanzi.

Gli esploratori, che di mestiere fanno appunto gli esploratori e non gli scrittori, hanno uno stile forse poco elegante, ma proprio perché manca la tecnica letteraria dai loro diari traspare la pura emozione del momento, grezza, spontanea, potentissima. Non c’è nulla di costruito, solo vissuto. Che sia la scalata di una montagna, la navigazione verso nuove terre, la traversata di un continente, un viaggio culturale o uno scavo archeologico in cerca di tesori, leggendo i loro appunti quotidiani ho provato la loro fatica, lo stupore della scoperta, l’attesa, la gioia della conquista o la disperazione del fallimento. Amo questo tipo di libri, mi emozionano tantissimo perché condivido la curiosità dei protagonisti e adoro partire con la mente al seguito della spedizione. Alcuni di questi diari sono anche scritti molto bene, per esempio quelli di Isabelle Eberhardt sono pieni di poesia nella descrizione dei paesaggi e delle persone. Nelle avventure di diversi viaggiatori in diverse epoche, ho trovato delicati acquerelli con tutte le sfumature dei tramonti sul deserto e potenti dipinti a olio di mari in tempesta. Quanti sogni.

Lo stile dei giornalisti è, ovviamente, professionale, impersonale, focalizzato sui fatti nudi e crudi, meno sulle sensazioni e sulle emozioni, e il linguaggio è quello asciutto della cronaca, senza fronzoli né poesia. I racconti dei giornalisti sono interessanti e formativi, però possono risultare un po’ freddi e poco coinvolgenti. Fanno eccezione i libri in cui raccontano i retroscena dei loro reportage, l’inedito dietro gli articoli, le parti scartate dalla pubblicazione perché troppo soggettive. Così ho trovato adorabili le avventure sgangherate di Kapuscinski come free lance squattrinato. Malgrado la polemica sull’autenticità dei suoi reportage, a me è piaciuto tanto leggerli e ci ho trovato tanto dell’Africa che ho visto anch’io, nel mio piccolo.

Gli scrittori, quando viaggiano, traggono ispirazione dall’esperienza personale per nuovi romanzi, ma mettono la stessa cura e maestria nel raccontare il viaggio originale. Da Agatha Christie a Georges Simenon a Robert Louis Stevenson, tanti autori famosi hanno pubblicato i loro diari di viaggio e trovo bellissimo scoprirli nei panni di protagonisti di avventure e disavventure. Mantengono il loro stile e padronanza della tecnica narrativa anche nel raccontare se stessi e le proprie impressioni personali, infatti, i loro diari di viaggio sono pieni di carattere (fantastiche le critiche e lamentele di Simenon sull’Africa coloniale), poesia (Christie incantata dal Medio Oriente al seguito del marito archeologo) e descrivono luoghi e incontri con sapiente uso delle parole. Penso che scrivessero magistralmente anche la lista della spesa.

Alcune di queste letture hanno ispirato i miei viaggi, influenzato il modo in cui osservo paesaggi e culture, arricchito la mi conoscenza storica dei luoghi che visito. Un libro costa meno di un biglietto aereo, mi permette di viaggiare anche nel tempo e di raggiungere destinazioni che, per diversi motivi, non posso visitare di persona.

Ed ecco gli ultimi arrivi nella mia collezione di viaggi di carta (regalo di Natale di Francesca, mia libraia di fiducia che conosce perfettamente i miei gusti)





martedì 11 novembre 2025

Indonesia 2025

 Dopo aver letto le storie di questo viaggio, potete guardare le foto e qualche video a questi link

KALIMANTAN

WAY KAMBAS

BALI