Dividerò il racconto di questa straordinaria giornata in due parti perché c'è davvero tanto da ricordare.
La sveglia del secondo giorno è suonata alle 5 perché avevamo davanti un'intera giornata di escursione per ripercorrere le tappe del libro di Joy Adamson tra Meru e Kora. Caricati colazione e pranzo al sacco nel retro del fuoristrada, siamo partiti con il cielo che cominciava appena a schiarirsi. James al volante, Lois accanto a lui, noi e Peris nei sedili dietro a goderci l'aria fresca del mattino che entrava dal tetto sollevato.
Il parco nazionale Kora è considerato l'ultima area selvaggia del Kenya. È sprovvisto di qualsiasi struttura ricettiva o servizio per turisti, quindi ci si avventurano in pochi. Esattamente il genere di destinazione che piace a me.
Per arrivarci si attraversa il Meru, quindi eravamo già appostati davanti al cancello d'ingresso, che dista cinque minuti dal lodge, poco prima delle 6, orario di apertura del parco. Come i pensionati pronti col carrello davanti all'Esselunga di primo mattino.
Non potevamo fermarci troppo a fotografare il risveglio della natura perché il viaggio era molto lungo e avremmo dovuto uscire dallo stesso cancello entro la chiusura delle 18. Ci siamo limitate ad ammirare i panorami e gli animali passando, finché un elefante ci ha sbarrato la strada. Ci ha guardati minaccioso, agitando le orecchie e non avevamo altra scelta se non restare calmi e fermi a una certa distanza. Malgrado la stazza, i pachidermi corrono veloci perciò quando si è spostato di pochi metri fuori dalla pista non era ancora sicuro passargli accanto. Abbiamo aspettato che si calmasse e si inoltrasse più a fondo tra gli alberi.
Chilometro dopo chilometro, il paesaggio cambia tanto che si stenta a credere di essere ancora nello stesso parco. Dalla prateria alla foresta, da un'arida savana a un tripudio di verde in prossimità dei fiumi.
Abbiamo fatto una breve sosta dove un segnale in pietra indicava il luogo di sepoltura di Pippa, una leopardessa reintrodotta in natura sempre dagli Adamson dopo il successo del tentativo con Elsa.
Riprendiamo la via di terra rossa, mentre il sole si fa cocente e neanche la trapunta di nuvole che taglia in due il cielo riesce a smorzarne l'intensità. Le bottiglie d'acqua nella grande borsa frigo dietro i nostri sedili diminuiscono a vista d'occhio e collezioniamo i vuoti in plastica per gettarli la sera nel contenitore apposito, all'ingresso del parco. Il giorno prima avevamo fotografato Lois mentre salvava il pianeta riciclando la plastica nel grosso contenitore a forma di bottiglia, oggi si era deciso che toccasse a me e alle 9 di mattina avevo già capito di essere fregata.
Il grande fiume Tana separa Meru da Kora e le due sponde sono collegate dal ponte Adamson. Tutto da quelle parti è intitolato a Joy o George o entrambi, a distanza di 60 anni sono ancora ricordati e celebrati per l'inestimabile contributo che hanno dato alla protezione di queste aree selvagge e degli animali che le abitano, soprattutto dimostrando che i cuccioli orfani e gli esemplari provenienti da situazioni di cattività posso essere reintrodotti in natura anziché condannati a una vita di prigionia.
Il ponte è tutto di metallo e scintilla nel sole delle 10 mentre lo attraversiamo, pare incandescente, potrebbe squagliarsi sotto il peso del fuoristrada. Invece, arriviamo sani e salvi al cancello d'ingresso. Ci accolgono i ranger di guardia e ci fermiamo a fare colazione all'ombra di un gazebo di foglie di palma secche. Il bagno, dove finalmente possiamo liberarci dei litri d'acqua ingeriti in quattro ore, è un casotto maleodorante con un buco nel pavimento che precipita in una fossa oscura e profonda. La pipì più veloce della mia vita.
Tutto intorno, però, il panorama è stupendo. Il grande fiume forma rapide e cascate (Adamson's Falls, appunto) tra giungla e palmeti, contiene isolotti verdi e lunghe secche di sabbia bianca. Uccelli e scimmiette agitano i rami e cantano e lanciano richiami. Mi piacerebbe conoscere la lingua degli animali per scoprire cosa si raccontano.
Ripartiamo verso il sito dove gli Adamson avevano il loro campo base e il ranger Kip, un bel giovanotto in divisa con il fucile in spalla, si unirà a noi per la parte di tragitto interna alla loro area di competenza. Non è permesso addentrarsi da soli in questa terra selvaggia. Sono emozionatissima.
Prima di intraprendere la nuova parte del nostro viaggio, facciamo una sosta al quartier generale delle guardie forestali, un complesso di edifici bassi tenuti magnificamente puliti e ordinati dove il responsabile ci accoglie e si presenta con un bel sorriso. Gli uomini del KWS di Kora sono tutti educatissimi, sorridenti e amichevoli, ma composti come soldati, alti ed eleganti nelle loro divise perfettamente ordinate. Nota per le amiche: belli come bronzi di Riace africani.
Il responsabile ci indica il luogo, dietro gli uffici, dove sorge la funivia costruita dagli Adamson per trasportare attrezzature e provviste sulla riva opposta del fiume. Invitati ad ammirare il panorama da lassù, salgo per prima sulla scala a pioli dell'alta torre di ferro, tanto sono a posto con i richiami dell'antitetanica. La vista è strepitosa. Nell'aria limpida lo sguardo spazia per chilometri lungo il nastro scintillante del grande fiume e sale per colline e montagne. Mi raggiungono Peris e Sonia attirate dalle mie esclamazioni di meraviglia e infine anche James. Foto al panorama e foto sceme tra di noi.
Salutiamo la compagnia dei bronzi di Riace e ripartiamo verso la pagina successiva della storia. Siamo diretti alle formazioni rocciose sulle quali si arrampicava la leonessa Elsa e dove George portava a passeggiare gli altri leoni con cui ha vissuto. Vengono chiamate inselberg (dal tedesco Insel = isola e Berg = monte) perché spuntano isolate in mezzo alle pianure, ottimi punti d'osservazione per tenere sotto controllo il territorio.
Il percorso è un susseguirsi di meraviglie. Attraversiamo una zona semi desertica dove dalla sabbia spuntano arbusti grigi e scheletrici. Sembrano morti, invece, racconta Joy Adamson nel libro, alle prime piogge rifioriscono. Allo stesso modo, i letti aridi di fiumi e torrenti (chiamati lugga) si riempiono d'acqua e scorrono impetuosi riportando in vita tutte le piante addormentate dalla siccità. In questa stagione si usano come strade e scorciatoie, infatti ne utilizziamo e attraversiamo diversi.
Lois ci spiega che le piste entrano ed escono dalle quattro aree protette che formano la MCA, Meru Conservation Area, e lungo il tragitto sconfiniamo più volte poiché, per permettere agli animali di spostarsi liberamente, non sono recintate.
Queste strade di terra battuta rossa si inerpicano in salite che offrono viste di bellezza commovente e poi precipitano verso boschi, savane e deserti. C'è tutta l'Africa qui. Avvistiamo pochi animali anche se vediamo tantissime tracce di elefanti e bufali. In parte a causa dell'orario, fa troppo caldo perché escano dall'ombra, in parte perché spaventati dal rumore del motore visto che il traffico in questo parco è praticamente nullo se si escludono le pattuglie di ranger che lo proteggono. Riusciamo a vedere un paio di giraffe che fuggono immediatamente tra gli alberi, qualche scimmia e, inattesi, alcuni cammelli.
Lungo il Tana, il paesaggio si ravviva di verde intenso e sono felice di fare una sosta per scendere dal fuoristrada a godermelo, anziché vederlo filare via dal finestrino. È forse il punto più affascinante di tutto il giro, mi ricorda le rigogliose rive del fiume Zambesi. Ombrelloni di palme e banani ondeggiano sopra lingue di sabbia bianca, grandi alberi frondosi tengono in braccio gruppi di scimmiette, altri allungano i rami sopra il fiume. Dalla spiaggia si protendono in acqua lastroni di roccia striata di minerali che brillano come paillettes. Passeggiamo, ci arrampichiamo, ci sgranchiamo gambe e braccia, ci riempiamo gli occhi di bellezze naturali e, lo dico sempre, Madre Natura ha una fantasia nel creare piante e animali che mi sorprende ogni volta.
Affido a Lois la mia Nikon perché si diverta a fotografarci tutti mentre ci godiamo il momento, ognuno per conto suo e poi insieme, incluso Kip che non abbandona mai il suo fucile, ma vuole un selfie con noi.
Terminata la bella pausa, riprendiamo i nostri posti e la strada che si allontana dal fiume verso altre viste memorabili. La piccola Lois spunta appena dal tetto aperto con il suo cellulare per girare una moltitudine di video che poi mi farò mandare.
Gli inselberg che appaiono all'orizzonte indicano che stiamo raggiungendo il campo base degli Adamson e cominciamo a fotografarli da lontano. Alte come colline, modellate da vento e pioggia, sembrano sculture e dominano il panorama. Li aggiriamo e poi ci avviciniamo per percepirne meglio le dimensioni e immaginarli al tramonto con qualche leone sulla cima che si staglia nel cielo infuocato.
Ci fermiamo poco lontano dove si trova un cimitero speciale: le quattro tombe allineate ricoperte di pietre chiare appartengono a George, ucciso durante uno scontro a fuoco con i bracconieri nel 1989 all'età di 83 anni, suo fratello Terence e i due leoni a cui era più legato, Boy e Super Cub. Invece, le ceneri della moglie Joy, morta tragicamente nel 1980, come da sue volontà sono state divise tra suo marito e la tomba della sua adorata Elsa, che si trova nel Meru e visiteremo sulla via del ritorno. Fotografo i tumuli con gli inselberg sullo sfondo, mentre le foto di gruppo mi sembrano fuori luogo, come se riducessero un rispettoso omaggio a una semplice attrazione turistica. Per il giovane ranger Kip, George è un eroe del KWS a cui anche lui appartiene con orgoglio. Mi conferma che la gente del Kora continua a parlare degli Adamson con grande stima, tenendone vivo il ricordo e il loro progetto di conservazione della natura è portato avanti ancora oggi dalla fondazione dedicata a Elsa.
Per tornare al ponte, non riprendiamo la via da cui siamo venuti, ma proseguiamo su strade e dentro lugga ammirando un'altra parte di parco, descrivendo un grande anello. Sono le 14 quando ci ritroviamo al posto di guardia a consumare il pranzo dove avevamo fatto colazione. Un gruppo di scimmiette bianche e nere ci osserva con attenzione, un po' spaventate dalla nostra presenza, ma anche in trepidante attesa di qualche avanzo. Quando ci alziamo per un'ultima passeggiata in riva al fiume, una di loro si fa coraggio e scatta a raccogliere la buccia d'anguria rimasta accanto alla sedia di Sonia. A malincuore, salutiamo Kip e i suoi colleghi. Mi dispiace avere limiti di orario, anche se ne comprendo il motivo, avrei voluto restare nel Kora più a lungo e con più calma. Mi sono innamorata di questo parco, ma abbiamo tanta strada da fare attraverso il Meru e altre tappe sul percorso del libro, quindi riattraversiamo il ponte di metallo, avvistando un coccodrillo nelle acque sotto di noi, e prendiamo una nuova strada.
Al prossimo post per la seconda parte della giornata.







