lunedì 19 ottobre 2026

Rane spostate e scarpe rotte

Dopo aver massacrato James con l'escursione da record, abbiamo programmato una giornata più tranquilla: safari di un paio d'ore all'apertura del parco, ritorno al lodge per colazione e poi tutti liberi fino alle 16.00 quando saremmo andati a fare una passeggiata con Lois nei dintorni per vedere il tramonto.

Questa volta ci siamo goduti l'alba nel Meru con calma ed è stato bellissimo vedere piante, fiori e uccelli risvegliarsi con la luce, mentre i predatori andavano a nanna dopo una notte di caccia. Le sagome nere degli alberi si stagliavano contro un cielo infuocato dai colori sgargianti. Ogni foto sembra una cartolina.

Un rinoceronte solitario brucava tranquillo, finché ha notato il nostro veicolo. Infastidito, ha cominciato a venirci incontro con passo minaccioso. James ha ingranato la retromarcia, ma il rinoceronte ci ha inseguiti mentre ci allontanavamo. Allora, ci siamo fermati, immobili, zitti e a motore spento. Lui ci ha raggiunti galoppando e, dopo essere rimasto nei dintorni a controllarci per qualche minuto, si è calmato e rimesso a brucare. Lentamente e in silenzio, ce ne siamo andati. Nessuno ha fatto un video della carica o dell'inseguimento, eravamo troppo occupati a osservarlo e preoccuparci. In questi parchi poco frequentati dai turisti, gli animali non sono abituati all'invadenza umana e, giustamente, si innervosiscono. Mi sono sentita un po' in colpa, ospite non invitata a casa di creature selvagge, ma delicate che soffrono per la perdita di habitat e per l'inquinamento causati dall'espansione umana sul pianeta. È vero che eravamo lì solo per guardare e che pagando l'ingresso contribuiamo a sostenere la protezione della riserva naturale, però mi è dispiaciuto lo stesso.

Proseguendo il giro sotto il sole che cominciava a scaldare l'aria del mattino, abbiamo notato una gran quantità di babbuini lungo la strada. Erano centinaia, sembrava una riunione del parlamento dei babbuini al completo.

Ce la siamo presa comoda, fermandoci spesso a motore spento per ascoltare oltre che guardare. Ci siamo riempiti dell'effetto benefico della natura che riporta il corpo e la mente a uno stato di equilibrio compromesso dalla vita di città, dagli orari, dalle scadenze, dal lavoro, dalle preoccupazioni e dalle difficoltà. Ci voleva.

Rientrati al lodge, abbiamo lasciato libero James per il resto della giornata, aveva bisogno di riposare, ma voleva anche andare a lavare il fuoristrada provato da tanti chilometri nelle terre selvagge.

Sonia, Peris e io siamo andate a fare colazione con i gatti. Lo staff del lodge è molto educato e disponibile anche se messo alla prova da Peris sempre puntigliosa, soprattutto sulla puntualità. Se chiedevamo la cena alle 19.30 lei alle 19.31 si lamentava già del ritardo e andava in cucina a sollecitare, oppure aggiungeva al suo ordine qualcosa fuori menu come le patate dolci a colazione o il chapati al posto del riso come accompagnamento. Facendolo sempre con il sorriso e qualche battuta, però, si è guadagnata la simpatia di tutti e il suo brontolare è diventato con il tempo un gioco, in particolare con il gentilissimo Musa.

Al contrario, un gruppo di turisti russi ha fatto impazzire tutti. Abbiamo raccolto pettegolezzi da James che la sera si ritrova con gli altri autisti negli alloggi dedicati agli accompagnatori. L'autista di quel gruppo era sfinito dalle loro richieste impossibili. Per esempio, durante il safari avevano avvistato la stessa leonessa che avevamo incontrato noi, ma si erano lamentati perché volevano vedere un leone maschio; arrivati al lodge avevano chiesto quanti clienti ci fossero e in quali stanze perché volevano il posto tutto per loro, ma ovviamente Adam, il responsabile, ha risposto che le informazioni sugli ospiti sono riservate; hanno perfino chiesto che qualcuno dello staff catturasse le rane che cantavano la notte e le consegnasse ai ranger per tenerle lontane dal lodge, cosa che è stata risolta spostando i due rospi grossi che facevano più rumore in fondo al giardino e spegnendo le fontane che li attiravano. Per fortuna sono rimasti al lodge solo due notti, mentre il povero autista doveva sorbirseli per due settimane. Speriamo che almeno lo ripaghino con una mancia più che sostanziosa.

Per fare una vacanza nella natura bisogna sapersi adattare, non è uno zoo, non è un documentario in tv. Non si possono controllare il meteo o l'avvistamento degli animali, va a fortuna e non si può pretendere che tutto vada come si vuole solo perché si paga.

Tornate alla nostra tenda, io mi sono messa a scrivere per il blog e a scaricare le foto degli ultimi giorni; Sonia si è accomodata nel patio a leggere il libro di Altea che aveva comprato alla presentazione e non ancora letto; Peris, maniaca della pulizia, ha chiesto ai camerieri che le portassero un secchio perché voleva lavare le scarpe impolverate dai safari e ha insistito per lavare anche quelle di Sonia e le mie. -Devo tenermi occupata- ha detto -se faccio un pisolino poi non dormo la notte.-

Alle 16 avevamo appuntamento alla reception con Lois per la famosa passeggiata. Abbiamo lasciato le scarpe leggere appena lavate ad asciugare e indossato quelle da trekking. Con noi è venuto anche Samson, un membro dello staff del lodge. Pensavamo di fare una camminata lungo il vicino fiume a guardare scimmie e uccelli, ma Lois ci ha spiegato che non avremmo avvistato animali, ma attraversato i campi dietro il villaggio fino a risalire una collina da cui godere il panorama al tramonto. Ero un po' delusa, ma poteva essere comunque interessante, quindi siamo uscite dal cancello del lodge, dove ogni volta ci chiedevano chi eravamo e un fiorino, ci siamo incamminate per un sentiero sterrato. Salomon ci informa che la camminata da lì alla vetta della collina e ritorno durerà circa due ore. Che? Con questo caldo, due ore sotto il sole? Vabbè, vediamo quanto è impegnativa, un po' movimento fa sempre bene e se ci stanchiamo torniamo indietro. Cominciamo costeggiando i campi appena seminati che verranno annaffiati dalla stagione delle piogge in arrivo e dalle capanne dei contadini escono bambini che ci osservano sorpresi di vedere due donne bianche addentrarsi nelle loro terre. Alcuni ci guardano con gli occhi sgranati, altri salutano e sorridono, altri ci chiamano Mzungu, la parola con cui si indicano i bianchi. Dopo una svolta vediamo in lontananza la collina che dovremmo scalare, a forma di piramide e piuttosto ripida. Mi viene da ridere: non arriverò mai in cima. Lois ci fa foto e video, fa la guida per il parco nazionale, ma vorrebbe un giorno mettersi in proprio. Per evitare il fango creato dalla pioggia della note prima, tagliamo per un terreno incolto dove ci vorrebbe un machete per passare, poi guadiamo un ruscello dove la gente del villaggio prende l'acqua per uso domestico, mentre più a valle si abbeverano mucche e capre. Arriviamo ai piedi della collina già stanche per il caldo e guardiamo il sentiero ripido che si inerpica sulle rocce rosse. Facciamo che vediamo il tramonto da metà collina? Cominciamo a salire sudando e sbuffando. Non ci eravamo portate abbastanza acqua perché non immaginavamo di andare così lontano, ma pian piano procedevamo. Raggiunto un punto abbastanza alto e aperto per guardare il panorama, abbiamo deciso che non avremmo proseguito oltre. Il tempo di riprendere fiato e scattare qualche foto alla campagna circostante, poi abbiamo cominciato la discesa. Sonia è salita e scesa con l'agilità di una capretta dell'Himalaya, Peris lentamente ma senza intoppi, io... io non sono fatta per i dislivelli, io posso fare chilometri in piano, ma salite e discese non fanno per me. Lois ci precedeva per filmarci e io, in un tratto particolarmente scivoloso, ho deciso di scendere con i piedi a spazzaneve. Tutti sono scoppiati a ridere, Lois piegata in due dalle risate ha interrotto il filmato perché se la stava facendo addosso. Sono lo zimbello della contea di Meru e diventerò anche il vostro non appena guarderete il video nell'album che caricherò. Intanto sono arrivata a valle senza incidenti, quindi la mia tecnica ha funzionato. Purtroppo, però, dopo aver riattraversato il ruscello mi sono accorta che la suola di una scarpa si era completamente aperta. Pure i bambini che stavano riempiendo taniche d'acqua da portare a casa hanno cominciato a ridere di me. Fortuna vuole che passasse di lì anche un contadino che aveva con sé dello spago, ne ha tagliato un pezzo col coltello e l'ho usato per legare la suola alla scarpa e poi intorno alla caviglia. Quanto bastava per tornare al lodge. Grazie mille, signore.

Quando siamo rientrate, ancora ridendo della mia performance, abbiamo salutato Lois perché il giorno dopo saremmo partite per il monte Kenya. È stata una brava guida, ci ha insegnato molte cose sul parco e sugli animali che ci abitano. Lei ci ha ringraziate per la compagnia e a me ha detto che avrebbe sempre ricordato le risate di quel giorno. Ci siamo scambiate i numeri per restare in contatto, baci e abbracci.

Tornate in camera, Peris ha consegnato le mie scarpe rotte (nel frattempo anche l'altra suola ha cominciato ad aprirsi) a Samson perché le portasse in paese al calzolaio per farle riparare. Le avrei anche buttate via visto che comunque erano consumate dagli anni, ma mi servivano almeno per il trekking sul monte Kenya. Dopo cena, me le ha riconsegnate con le suole ben incollate e assicurate con una cucitura. Il tutto per 1 Euro e 37 centesimi.

A cena è stato un po' triste bere l'ultima birra al lodge Ikweta, ci sentivamo ormai a casa nella nostra tenda da genitori divorziati, con la doccia non sempre calda e le poltrone nel patio (dove Sonia ovviamente si è addormentata), con i gatti che spuntavano dappertutto, Musa e gli altri ragazzi e ragazze dello staff sempre gentili, gli uccellini che cantavano al mattino e anche i rospi che gracidavano nella notte. Checché ne dicano i turisti snob. 

sabato 17 ottobre 2026

Sulle tracce di Elsa (parte 2)

Dopo aver lasciato lo spettacolare parco Kora, siamo rientrati nel più familiare Meru. Ne esploriamo una parte che non abbiamo visto durante gli altri safari per raggiungere la tomba della leonessa Elsa. È sepolta in riva al fiume Ura nel punto in cui Joy Adamson aveva sistemato il proprio ufficio all'aperto mentre scriveva il libro. Elsa le teneva compagnia e anche quando attraversava il fiume per raggiungere i leoni selvatici con cui cominciava a prendere confidenza, tornava sempre a salutare Joy e a trascorrere del tempo con lei e George.

Lois e James discutono un po' sulla via da prendere, io sono già in ammirazione perché riescono a orientarsi in questo ambiente che continua a cambiare con le stagioni, la crescita delle piante e il passaggio degli animali. In breve, trovano la diramazione giusta e ci ritroviamo in una radura ombrosa su un tratto del fiume abbastanza stretto e roccioso da poter essere guadato da una leonessa con i cuccioli al seguito. È ancora come descritto nel libro, così bello che capisco perché gli Adamson l'abbiano scelto come punto d'incontro con Elsa nelle varie fasi della sua vita, forse il luogo più importante di tutta la storia. Proprio in quel punto si era presentata dopo una lunga assenza con i suoi tre cuccioli per farli conoscere ai suoi amici umani.

Trovare il tumulo e la lapide al posto del tavolo di Joy con Elsa sdraiata a pisolare all'ombra è triste, ma è anche bello che ci siano luoghi come questo dove vengono ricordati e onorati gli animali, non solo le persone.

Lasciamo quello scorcio incantevole di parco e ci rimettiamo in viaggio verso la pozza di Joy, una piscina naturale dove lei si rinfrescava nelle giornate più calde. La pista verso Joy's pool finisce in un vicolo cieco dove un enorme inselberg sbarra la strada. Lasciamo il fuoristrada e risaliamo a piedi il pendio roccioso. È una salita facile e troviamo subito la famosa pozza. È poco profonda e di forma circolare ed è completamente in secca, cosa che le conferisce l'aspetto di un piccolo cratere, non tanto di una piscina. Salendo i pochi metri che mancano alla sommità dell'inselberg, scopriamo che la vista dalla cima è fenomenale: grazie al cielo terso si vedono chilometri e chilometri parco in ogni direzione. Lois ci indica da quale parte siamo arrivati, dove si trova il Kora e il percorso che ci rimane da fare. A proposito, dobbiamo sbrigarci.

Gli animali che abbiamo incontrato il giorno prima nel safari ci guardano passare forse domandandosi come mai non ci fermiamo a fotografarli.

Facciamo appena in tempo a varcare il cancello: sono le sei e abbiamo percorso oltre 300 chilometri nella splendida natura africana. Per James è stata un'escursione da record, la più lunga della sua carriera, è ovviamente stanco, ma anche orgoglioso di aver compiuto l'impresa.

C'è un'ultima cosa da fare prima di rientrare al lodge: buttare la plastica. Scendo dal fuoristrada con una collezione di bottiglie sotto braccio e mi dirigo al contenitore, mentre Lois mi fotografa. Mi sto ingegnando per aprire il coperchio in cima alla grande bottiglia di rete metallica senza far cadere il mio fagotto di spazzatura, quando sento gridare: -No! No!- e un ranger corre verso di me dal posto di guardia. Sia io che il mio pubblico ci blocchiamo stupiti. All'inizio penso che mi stiano arrivando alle spalle i babbuini che spesso vengono a giocare con i rifiuti, infilando le mani nella rete per accaparrarsi i residui dolci di qualche bibita, ma non ne vedo nei dintorni. Allora cosa sto sbagliando? Quando il ranger mi raggiunge, mi mostra che non c'è bisogno di arrampicarsi per gettare le bottiglie dall'alto, sul lato del contenitore c'è un altro sportello apribile. Mi aiuta a dividere la plastica dagli altri rifuti che gettiamo nel bidone accanto. Missione tenere puliti parchi del Kenya compiuta.

Rientrati al lodge, James racconta agli altri autisti del suo record, mentre noi andiamo in camera a lavarci di dosso il sudore e parecchi strati di polvere rossa che ci si è accumulata addosso percorrendo le strade di una grande avventura. 

venerdì 16 ottobre 2026

Sulle tracce di Elsa (parte 1)

Dividerò il racconto di questa straordinaria giornata in due parti perché c'è davvero tanto da ricordare.

La sveglia del secondo giorno è suonata alle 5 perché avevamo davanti un'intera giornata di escursione per ripercorrere le tappe del libro di Joy Adamson tra Meru e Kora. Caricati colazione e pranzo al sacco nel retro del fuoristrada, siamo partiti con il cielo che cominciava appena a schiarirsi. James al volante, Lois accanto a lui, noi e Peris nei sedili dietro a goderci l'aria fresca del mattino che entrava dal tetto sollevato.

Il parco nazionale Kora è considerato l'ultima area selvaggia del Kenya. È sprovvisto di qualsiasi struttura ricettiva o servizio per turisti, quindi ci si avventurano in pochi. Esattamente il genere di destinazione che piace a me.

Per arrivarci si attraversa il Meru, quindi eravamo già appostati davanti al cancello d'ingresso, che dista cinque minuti dal lodge, poco prima delle 6, orario di apertura del parco. Come i pensionati pronti col carrello davanti all'Esselunga di primo mattino.

Non potevamo fermarci troppo a fotografare il risveglio della natura perché il viaggio era molto lungo e avremmo dovuto uscire dallo stesso cancello entro la chiusura delle 18. Ci siamo limitate ad ammirare i panorami e gli animali passando, finché un elefante ci ha sbarrato la strada. Ci ha guardati minaccioso, agitando le orecchie e non avevamo altra scelta se non restare calmi e fermi a una certa distanza. Malgrado la stazza, i pachidermi corrono veloci perciò quando si è spostato di pochi metri fuori dalla pista non era ancora sicuro passargli accanto. Abbiamo aspettato che si calmasse e si inoltrasse più a fondo tra gli alberi.

Chilometro dopo chilometro, il paesaggio cambia tanto che si stenta a credere di essere ancora nello stesso parco. Dalla prateria alla foresta, da un'arida savana a un tripudio di verde in prossimità dei fiumi.

Abbiamo fatto una breve sosta dove un segnale in pietra indicava il luogo di sepoltura di Pippa, una leopardessa reintrodotta in natura sempre dagli Adamson dopo il successo del tentativo con Elsa.

Riprendiamo la via di terra rossa, mentre il sole si fa cocente e neanche la trapunta di nuvole che taglia in due il cielo riesce a smorzarne l'intensità. Le bottiglie d'acqua nella grande borsa frigo dietro i nostri sedili diminuiscono a vista d'occhio e collezioniamo i vuoti in plastica per gettarli la sera nel contenitore apposito, all'ingresso del parco. Il giorno prima avevamo fotografato Lois mentre salvava il pianeta riciclando la plastica nel grosso contenitore a forma di bottiglia, oggi si era deciso che toccasse a me e alle 9 di mattina avevo già capito di essere fregata.

Il grande fiume Tana separa Meru da Kora e le due sponde sono collegate dal ponte Adamson. Tutto da quelle parti è intitolato a Joy o George o entrambi, a distanza di 60 anni sono ancora ricordati e celebrati per l'inestimabile contributo che hanno dato alla protezione di queste aree selvagge e degli animali che le abitano, soprattutto dimostrando che i cuccioli orfani e gli esemplari provenienti da situazioni di cattività posso essere reintrodotti in natura anziché condannati a una vita di prigionia.

Il ponte è tutto di metallo e scintilla nel sole delle 10 mentre lo attraversiamo, pare incandescente, potrebbe squagliarsi sotto il peso del fuoristrada. Invece, arriviamo sani e salvi al cancello d'ingresso. Ci accolgono i ranger di guardia e ci fermiamo a fare colazione all'ombra di un gazebo di foglie di palma secche. Il bagno, dove finalmente possiamo liberarci dei litri d'acqua ingeriti in quattro ore, è un casotto maleodorante con un buco nel pavimento che precipita in una fossa oscura e profonda. La pipì più veloce della mia vita.

Tutto intorno, però, il panorama è stupendo. Il grande fiume forma rapide e cascate (Adamson's Falls, appunto) tra giungla e palmeti, contiene isolotti verdi e lunghe secche di sabbia bianca. Uccelli e scimmiette agitano i rami e cantano e lanciano richiami. Mi piacerebbe conoscere la lingua degli animali per scoprire cosa si raccontano.

Ripartiamo verso il sito dove gli Adamson avevano il loro campo base e il ranger Kip, un bel giovanotto in divisa con il fucile in spalla, si unirà a noi per la parte di tragitto interna alla loro area di competenza. Non è permesso addentrarsi da soli in questa terra selvaggia. Sono emozionatissima.

Prima di intraprendere la nuova parte del nostro viaggio, facciamo una sosta al quartier generale delle guardie forestali, un complesso di edifici bassi tenuti magnificamente puliti e ordinati dove il responsabile ci accoglie e si presenta con un bel sorriso. Gli uomini del KWS di Kora sono tutti educatissimi, sorridenti e amichevoli, ma composti come soldati, alti ed eleganti nelle loro divise perfettamente ordinate. Nota per le amiche: belli come bronzi di Riace africani.

Il responsabile ci indica il luogo, dietro gli uffici, dove sorge la funivia costruita dagli Adamson per trasportare attrezzature e provviste sulla riva opposta del fiume. Invitati ad ammirare il panorama da lassù, salgo per prima sulla scala a pioli dell'alta torre di ferro, tanto sono a posto con i richiami dell'antitetanica. La vista è strepitosa. Nell'aria limpida lo sguardo spazia per chilometri lungo il nastro scintillante del grande fiume e sale per colline e montagne. Mi raggiungono Peris e Sonia attirate dalle mie esclamazioni di meraviglia e infine anche James. Foto al panorama e foto sceme tra di noi.

Salutiamo la compagnia dei bronzi di Riace e ripartiamo verso la pagina successiva della storia. Siamo diretti alle formazioni rocciose sulle quali si arrampicava la leonessa Elsa e dove George portava a passeggiare gli altri leoni con cui ha vissuto. Vengono chiamate inselberg (dal tedesco Insel = isola e Berg = monte) perché spuntano isolate in mezzo alle pianure, ottimi punti d'osservazione per tenere sotto controllo il territorio.

Il percorso è un susseguirsi di meraviglie. Attraversiamo una zona semi desertica dove dalla sabbia spuntano arbusti grigi e scheletrici. Sembrano morti, invece, racconta Joy Adamson nel libro, alle prime piogge rifioriscono. Allo stesso modo, i letti aridi di fiumi e torrenti (chiamati lugga) si riempiono d'acqua e scorrono impetuosi riportando in vita tutte le piante addormentate dalla siccità. In questa stagione si usano come strade e scorciatoie, infatti ne utilizziamo e attraversiamo diversi.

Lois ci spiega che le piste entrano ed escono dalle quattro aree protette che formano la MCA, Meru Conservation Area, e lungo il tragitto sconfiniamo più volte poiché, per permettere agli animali di spostarsi liberamente, non sono recintate.

Queste strade di terra battuta rossa si inerpicano in salite che offrono viste di bellezza commovente e poi precipitano verso boschi, savane e deserti. C'è tutta l'Africa qui. Avvistiamo pochi animali anche se vediamo tantissime tracce di elefanti e bufali. In parte a causa dell'orario, fa troppo caldo perché escano dall'ombra, in parte perché spaventati dal rumore del motore visto che il traffico in questo parco è praticamente nullo se si escludono le pattuglie di ranger che lo proteggono. Riusciamo a vedere un paio di giraffe che fuggono immediatamente tra gli alberi, qualche scimmia e, inattesi, alcuni cammelli.

Lungo il Tana, il paesaggio si ravviva di verde intenso e sono felice di fare una sosta per scendere dal fuoristrada a godermelo, anziché vederlo filare via dal finestrino. È forse il punto più affascinante di tutto il giro, mi ricorda le rigogliose rive del fiume Zambesi. Ombrelloni di palme e banani ondeggiano sopra lingue di sabbia bianca, grandi alberi frondosi tengono in braccio gruppi di scimmiette, altri allungano i rami sopra il fiume. Dalla spiaggia si protendono in acqua lastroni di roccia striata di minerali che brillano come paillettes. Passeggiamo, ci arrampichiamo, ci sgranchiamo gambe e braccia, ci riempiamo gli occhi di bellezze naturali e, lo dico sempre, Madre Natura ha una fantasia nel creare piante e animali che mi sorprende ogni volta.

Affido a Lois la mia Nikon perché si diverta a fotografarci tutti mentre ci godiamo il momento, ognuno per conto suo e poi insieme, incluso Kip che non abbandona mai il suo fucile, ma vuole un selfie con noi.

Terminata la bella pausa, riprendiamo i nostri posti e la strada che si allontana dal fiume verso altre viste memorabili. La piccola Lois spunta appena dal tetto aperto con il suo cellulare per girare una moltitudine di video che poi mi farò mandare.

Gli inselberg che appaiono all'orizzonte indicano che stiamo raggiungendo il campo base degli Adamson e cominciamo a fotografarli da lontano. Alte come colline, modellate da vento e pioggia, sembrano sculture e dominano il panorama. Li aggiriamo e poi ci avviciniamo per percepirne meglio le dimensioni e immaginarli al tramonto con qualche leone sulla cima che si staglia nel cielo infuocato.

Ci fermiamo poco lontano dove si trova un cimitero speciale: le quattro tombe allineate ricoperte di pietre chiare appartengono a George, ucciso durante uno scontro a fuoco con i bracconieri nel 1989 all'età di 83 anni, suo fratello Terence e i due leoni a cui era più legato, Boy e Super Cub. Invece, le ceneri della moglie Joy, morta tragicamente nel 1980, come da sue volontà sono state divise tra suo marito e la tomba della sua adorata Elsa, che si trova nel Meru e visiteremo sulla via del ritorno. Fotografo i tumuli con gli inselberg sullo sfondo, mentre le foto di gruppo mi sembrano fuori luogo, come se riducessero un rispettoso omaggio a una semplice attrazione turistica. Per il giovane ranger Kip, George è un eroe del KWS a cui anche lui appartiene con orgoglio. Mi conferma che la gente del Kora continua a parlare degli Adamson con grande stima, tenendone vivo il ricordo e il loro progetto di conservazione della natura è portato avanti ancora oggi dalla fondazione dedicata a Elsa.

Per tornare al ponte, non riprendiamo la via da cui siamo venuti, ma proseguiamo su strade e dentro lugga ammirando un'altra parte di parco, descrivendo un grande anello. Sono le 14 quando ci ritroviamo al posto di guardia a consumare il pranzo dove avevamo fatto colazione. Un gruppo di scimmiette bianche e nere ci osserva con attenzione, un po' spaventate dalla nostra presenza, ma anche in trepidante attesa di qualche avanzo. Quando ci alziamo per un'ultima passeggiata in riva al fiume, una di loro si fa coraggio e scatta a raccogliere la buccia d'anguria rimasta accanto alla sedia di Sonia. A malincuore, salutiamo Kip e i suoi colleghi. Mi dispiace avere limiti di orario, anche se ne comprendo il motivo, avrei voluto restare nel Kora più a lungo e con più calma. Mi sono innamorata di questo parco, ma abbiamo tanta strada da fare attraverso il Meru e altre tappe sul percorso del libro, quindi riattraversiamo il ponte di metallo, avvistando un coccodrillo nelle acque sotto di noi, e prendiamo una nuova strada.

Al prossimo post per la seconda parte della giornata. 

giovedì 15 ottobre 2026

Super Lois e la valle incantata

Vi avevo lasciati sulla strada da Nairobi a Meru che dopo un tratto di agevole autostrada diventa una provinciale infinita a una sola corsia. Per questo motivo ci vogliono sei o sette ore per percorrere i 332 chilometri fino al parco nazionale e, come sapete, all'equatore il buio cala puntale alle 18. Lungo il tragitto abbiamo fatto una sosta al bar di una piantagione di caffè. Io e Sonia siamo rimaste sorprese dalla bontà dell'espresso che in genere fuori dall'Italia sa di risciacquo di lavatrice, ne abbiamo perfino comprati due pacchetti da portare a casa. Peris ha telefonato al lodge per avvisare che saremmo arrivati intorno alle 21 e che avremmo cenato lì.

Nei villaggi e cittadine che osservavamo dai finestrini, ogni cosa era velata di terra rossa inaridita dalla lunga stagione secca: i tetti di lamiera, i banchi dei mercati che stavano chiudendo, ceste di frutta, sacchi di riso, bambini, sedie di plastica con i colori sbiaditi dal sole, le motociclette dei tassisti abusivi Bodaboda che fanno anche servizio traslochi (ricordo il divano legato sul retro della moto con un tizio seduto sopra fotografato con i miei &Friends nel 2023).

Era già buio quando ci siamo fermati l'ultima volta a fare il pieno di benzina perché poi nei dintorni del parco non ci sono più distributori e doveva bastarci per tutti i safari. I chilometri rimanenti sono passati in un colpo di sonno, per fortuna mio, non di James che era al volante.

Finalmente raggiungiamo il cancello del lodge Ikweta che sono quasi le dieci e il guardiano notturno ci domanda: -Chi siete? Dovete entrare?- mi aspettavo che ci chiedesse un fiorino per passare.

Il lodge è lo stesso dov'eravamo stati tre anni fa: bungalows tendati sparsi in un giardino pieno di alberi, fiori e cactus pattugliato da una folta colonia di gatti che tengono lontani i serpenti e altri animali indesiderati. Ospiti del lodge sono anche le rane che abitano nei dintorni delle fontane e che avevano tenuto svegli Francesca e Francesco, alloggiati vicino alla piscina. Così Peris ha prenotato una tenda lontana dalla piscina, molto lontana, la più lontana di tutte e ci sembra di fare chilometri sui sentieri lastricati che dal ristorante si intrecciano a labirinto nella vegetazione verso ogni stanza.

La nostra si chiama “Gazelle” ma io e Sonia l'abbiamo ribattezzata “Camera per genitori divorziati” perché ci sono due letti singoli per gli ex marito e moglie, più un lettino aggiunto per la bambina traumatizzata dalla separazione che è toccato a Sonia in quanto più snella di noi.

Il bagno in pietra è molto carino, ma alla doccia mancavano pressione e acqua calda. Ci siamo accontentate perché troppo stanche e comunque faceva molto caldo e l'acqua fredda andava bene. Tanto eravamo certe che Peris si sarebbe lamentata il giorno dopo e, infatti, il problema della doccia è stato poi risolto.

La prima notte in un posto nuovo è sempre un po' agitata. Russiamo tutte e tre disturbandoci a vicenda, in più, noi cittadine non siamo abituate ai suoni della notte selvaggia. Sonia continuava a dirmi che la tenda della finestra accanto al suo lettino si muoveva. Era il vento? O un elefante attirato dal russare che ci ha prese per elefantesse in amore? Mi ripeteva: -Guarda! Si muove ancora.- ma io al buio e senza occhiali nemmeno vedevo il suo letto. Comunque era il vento che ha rinfrescato la notte equatoriale tanto che mi sono coperta col lenzuolo.

La mattina dopo, riposate e impazienti di cominciare la vera vacanza, abbiamo fatto colazione con i gatti che si stiracchiavano, si facevano le unghie sulla corteccia degli alberi e si tolettavano dopo una notte di caccia.

Finalmente facciamo il nostro ingresso al parco nazionale Meru per il primo safari della settimana. Con noi c'è la giovane Lois, guida locale del Kenya Wildlife Service (KWS), che, dice James presentandola, saprà darci molte più informazioni di quanto possa fare lui che pure conosce bene le piste. Le foto (che caricherò appena avrò una connessione più potente) descrivono la bellezza di quest'area selvaggia meglio dei miei racconti. Eravamo l'unico fuoristrada in circolazione: solo noi e la natura e, quando James spegne il motore davanti a un panorama o un animale che stiamo osservando, ci avvolge un'ondata di pace come accade solo nei luoghi remoti. Avvicinandoci alla formazione rocciosa chiamata “Roccia del leopardo” avvistiamo una leonessa accucciata all'ombra su una lastra da cui domina i dintorni. È nella posizione di Elsa sulla copertina del libro Nata Libera e ci fermiamo ad ammirarla e fotografarla per un bel po'. Sonia, con il binocolo che si porta sempre dietro perché è master di viaggi, nota una lucertola sulla stessa roccia. Un attimo dopo, Lois menziona la lucertola dicendo che la leonessa la lascia avvicinare perché cacci gli insetti dal suo manto biondo. Io e Sonia ci stupiamo: -Come ha fatto a notarla senza binocolo? Caspita che vista pazzesca.-

A pranzo commentiamo la cosa con Peris e lei scoppia a ridere: Lois aveva usato il binocolo di James e gliel'aveva restituito prima di dirci della lucertola, perciò non gliel'avevamo visto in mano quando indicava la roccia. In effetti, sarebbe stato troppo anche per una guida con la vista allenata. Quando siamo rientrati nel parco nel tardo pomeriggio, abbiamo raccontato a Lois che per un po' avevamo creduto avesse il potere della supervista e da allora è diventata Super Lois.

Il safari serale è stato nell'area del Meru dedicata alla conservazione dei rinoceronti bianchi e neri. La pista sterrata sale un po' attraverso una savana di erba dorata dalla siccità, dove spuntano enormi baobab con le pance gonfie, cave all'interno per raccogliere grandi quantità d'acqua nella stagione delle piogge e continuare a crescere in quella secca. Sono alberi imponenti, ma anche buffi con i tronchi paffuti e i rami sproporzionatamente corti adornati da ciuffi di foglie e fiori bianchi.

Alla fine della salita, la vista si apre su un'ampia e meravigliosa valle traboccante di animali: giraffe, zebre, gazzelle, bufali, elefanti, rinoceronti, uccelli di specie diverse, tutti usciti allo scoperto non appena è cominciata a calare la temperatura bollente delle ore centrali della giornata. Sembrava l'illustrazione di un libro di favole: la luce del sole basso indorava la valle e faceva scintillare le pozze d'acqua che punteggiavano una striscia di prateria verdissima, poi una lunga pennellata giallo savana, poi le sagome nere degli alberi in controluce e le montagne blu sullo sfondo. Un vero incanto.

Sarei rimasta a contemplare la valle per sempre, ma il parco chiude alle sei per permettere agli animali di vivere la notte, momento in cui sono più attivi, indisturbati da noi umani.

Cose che ho imparato da Lois: la giraffa maschio è pelata e ha la fronte più pronunciata, come se avesse un corno, mentre la femmina ha una criniera a cresta tra le antenne che scende lungo il dorso del collo; il bufalo maschio ha le corna unite sulla fronte per proteggere la testa durante i combattimenti, la femmina, che non deve combattere, ha invece le corna separate; i rinoceronti sono tutti grigi, ma quello che chiamiamo bianco, il più comune, ha la bocca bianca e il teschio lungo, cioè c'è maggiore distanza tra la fronte e il corno, quindi con la testa così pesante si nutre brucando l'erba, quello nero, invece, ha il teschio più corto e mangia le foglie dagli arbusti.

E con questa lezioncina vi saluto.

martedì 13 ottobre 2026

La maledizione del 2026

NOTA i post sono tutti in differita di circa due giorni perché tempo per scrivere, connessione Internet e lucidità mentale di sera scarseggiano

La tanto attesa e unica vacanza di quest'anno è cominciata con il volo di Air Arabia da Bergamo in ritardo di due ore. Air Arabia è una compagnia low cost degli Emirati Arabi e oggi ho imparato che le low cost vanno bene per tratte brevi e dirette. E basta.

Due ore era esattamente il tempo che avevamo per fare scalo a Sharjah prima del volo per Nairobi, quindi al banco del check-in abbiamo chiesto cosa ne sarebbe stato della nostra coincidenza e ci è stato risposto: -Be' vi aspetteranno.-

Rincuorate, ma poco convinte, salutiamo le valigie sperando che riescano a prendere il nostro stesso volo e proseguiamo verso i controlli di sicurezza. I bagagli a mano scorrono sotto gli scanner e all'uscita dal tunnel alcuni, in maniera del tutto casuale, vengono spinti su un nastro parallelo per controlli più approfonditi. Il cestino con gli averi di Sonia fluisce tranquillo verso di lei; il mio finge di seguirlo, poi scatta a sinistra e finisce nelle mani dalla doganiera che se lo porta via.

Sono ormai rassegnata alla maledizione del 2026 e quando l'attesa per riavere il mio zainetto si prolunga penso che probabilmente lo stiano facendo brillare.

Sui tabelloni, il ritardo del nostro volo peggiora di dieci minuti, poi migliora di tre minuti, poi peggiora di sei, poi cambia gate e, insieme agli altri passeggeri ci spostiamo per il terminal come una mandria esasperata. Anche altre compagnie partono con ritardi considerevoli e quando i gate aprono l'annuncio dice di recarsi all'imbarco immediatamente: prima ti abbandonano sui seggiolini di ferro per ore e poi devi pure correre.

L'aeroporto si svuota pian piano, bar e negozi chiudono, guardiamo decollare gli altri voli nella notte bergamasca con una certa invidia, sapendo che noi saremo gli ultimi. Ci imbarchiamo che è quasi l'una, decolliamo all'una e mezza. La trasvolata dura sei scomode ore nei sedili low cost che ci schiacciano tra gente poco pulita, poco educata e un tizio che russa come un cinghiale raffreddato. Verso l'alba, dalla fila quattro si leva la voce di una donna in una lingua che non conosco e vedo gli assistenti di volo voltarsi allarmati verso di lei, mentre i passeggeri di tutte le file intorno si alzano in piedi agitati. No, vabbè, ho pensato, pure l'attentato o il dirottamento? Ma come mi è venuto in mente di andare in viaggio nel 2026?

Sonia dormiva e non l'ho svegliata perché non c'era motivo di spaventarla, meglio saltare in aria da inconsapevoli. L'annuncio che domandava se ci fosse un dottore tra i passeggeri ha ridimensionato la scena: le grida della donna erano una richiesta d'aiuto per il marito che si sentiva male. Per la cronaca si è poi ripreso.

All'atterraggio siamo corsi tutti fuori come se ci fosse un incendio perché ognuno di noi aveva coincidenze da prendere e, spoiler, tutti le abbiamo perse. Il nostro volo per Nairobi era partito in perfetto orario, non aveva nemmeno provato ad aspettarci. Quindi ci dirigiamo insieme al centinaio di orfani low cost verso il banco dei transfer per avere istruzioni. C'erano tipo otto impiegati dietro il banco e soltanto uno stava lavorando, il nostro turno è arrivato dopo 4 (sì, sì, ho scritto 4) ore di attesa in coda. Eravamo così sfinite che ci era perfino passata la rabbia e quando abbiamo scoperto che non ci sarebbero stati altri voli per Nairobi fino al mattino dopo, desideravamo solo uscire dall'aeroporto. La compagnia ci ha dato un voucher per taxi, hotel, pranzo, cena, colazione e ritorno in taxi per il nuovo imbarco. Abbiamo lasciato i bagagli in aeroporto, così non avremmo dovuto rifare il check-in, poi ci è stato rilasciato un visto provvisorio per gli Emirati Arabi e siamo finalmente uscite all'aperto. Credo che sul Sole faccia meno caldo che a Sharjah alle due di pomeriggio, ma boccheggiando ho sventolato il nostro voucher per corsa gratis nel parcheggio e uno dei tassisti in attesa sotto la pensilina ci ha spiegato che, essendo donne non accompagnate, avremmo dovuto rivolgerci ai taxi colorati di rosa, guidati da donne. La tassista Magdalena si è lanciata con sicurezza nel traffico della metropoli mediorientale tra grattacieli luccicanti, nubi di sabbia del deserto e un'infinità di centri commerciali. Sharjah si affaccia sul mare, ma non ha nulla di vacanziero, fa troppo caldo per vivere all'aperto, tutto si svolge all'interno di palazzoni con aria condizionata a 20 gradi. In uno di quelli si trovava il nostro albergo.

Lo staff è stato gentilissimo e, mentre consumavamo il pranzo al buffet nel ristorante panoramico vista mare, ci hanno preparato un appartamentino con due camere e due bagni. Un vero lusso da sceicche! Giretto nel supermercato, cena con tutti gli altri passeggeri orfani finiti nello stesso hotel, doccia e nanna in letti comodissimi. Intorno all'una di notte, vengo svegliata all'improvviso da un allarme che suona nel corridoio dell'appartamento e si accende la lampada di emergenza. Il mio primo pensiero, ammetto non lucidissimo, va alla sirena antiaerea. Poteva mancare un attacco di droni iraniani alla mia collezione di disastri 2026? Mi ricompongo, mi alzo e controllo in cucina se per caso abbiamo fatto qualche casino con il bollitore che avevamo usato per un tè prima di andare a letto, ma non c'era nessun incendio. Allora guardo dallo spioncino se altri ospiti stiano fuggendo dalle stanze, ma tutto tace. Di nuovo, non ho svegliato Sonia (dorme sempre durante una crisi) e sono tornata a letto perché ero troppo stanca per combattere l'Iran, ma ho dato le spalle alla finestra nel caso fosse esplosa mentre dormivo.

La mattina dopo alle 6, un taxi ci ha riportate in aeroporto e finalmente siamo ripartite per Nairobi. Al terminal degli arrivi internazionali ci ha accolte Peris con baci e abbracci. L'odissea, però, non era ancora terminata. Nel parcheggio, anziché il solito furgoncino scassato, abbiamo trovato un bel veicolo 4x4 da avventura e a farci da autista il simpatico e competente James che mi aveva già accompagnata nel 2022.

Dopo una notte da sceicche non richiesta, siamo partite per cinque notti da esploratrici, ma tra Nairobi e il lodge al parco nazionale Meru c'erano ancora 6 ore e mezza di strada.

Nel prossimo post vi racconterò dell'arrivo notturno e del primo attesissimo safari.

sabato 1 agosto 2026

Progetto Kenya 2026

Durante il viaggio in Kenya del 2023 ero con i miei &friends Francesca e Francesco. Lungo il tragitto verso il bellissimo Parco Nazionale Samburu, passammo una notte e un giorno di safari nel più piccolo Meru e mi è rimasta la voglia di esplorarlo meglio. Così ho chiesto alla super professionale ed esperta Peris di organizzare laggiù la mia settimana di ottobre. Con me verrà anche Sonia che non ha ancora visto quella zona del Kenya e sono certa che l'amerà, sia per i panorami inusuali di foreste e savana collinare sia per la pace data dalla quasi assenza di turisti, solitamente attratti dai parchi più famosi.

Il fiume Tana segna il confine tra il Meru e il Kora che invece mi è del tutto nuovo. Conosciuto come "l'ultima area selvaggia", è stato dimora e luogo di studio dei naturalisti Joy e George Adamson. Lei austriaca e lui inglese si dedicarono alla riabilitazione e reintroduzione in natura di grandi felini rimasti orfani o salvati dalla cattività. Nel 1960 Joy scrisse il libro Nata libera, storia della leonessa Elsa, che ebbe un enorme successo. Il marito George fu ucciso dai bracconieri nel 1989, ma la comunità locale tiene in vita la loro memoria e prosegue ancora la loro opera di conservazione dell'ambiente e protezione degli animali. Dal libro furono tratti un film e una serie tv che Sonia guardava da piccola, infatti è già emozionata all'idea di visitare le tombe di Elsa e dei suoi protettori umani che si trovano proprio all'interno del parco.

Joy con Elsa

Meru e Kora fanno parte della MCA Meru Conservation Area che si estende per oltre 5000 chilometri quadrati nel Kenya centrale e include anche le riserve naturali di Bisanadi e Mwingi. I quattro parchi sono abitati da leoni, leopardi, ghepardi, elefanti, bufali, ippopotami, giraffe, la rara zebra di Grevy, centinaia di specie di uccelli e ospitano un santuario protetto per rinoceronti bianchi e neri (che visiteremo).

Si tratta di zone in gran parte incontaminate, infatti alloggeremo nel parco Meru perché è l'unico attrezzato e da lì esploreremo per cinque giorni addentrandoci nel Kora dove il paesaggio è caratterizzato da imponenti formazioni di granito chiamate inselberg e diverse cascate del fiume Tana.

Dopo cinque giorni di safari nella MCA, ci sposteremo alle pendici del monte Kenya, nel lodge immerso nella foresta dove ero stata due anni fa. Ci rilasseremo con passeggiate di birdwatching e trascorreremo l'ultima notte nella natura prima di tornare a Nairobi, direttamente in aeroporto per il volo di ritorno.

Non vedo l'ora.



sabato 25 luglio 2026

La natura che cura

Mi farebbe bene rifugiarmi nella foresta, farmi coccolare dagli alberi, lasciare che il verde assorba e diluisca il nero. Dan mi ha mandato un'immagine dell'albero Alberto che cresce, sono felice di averlo piantato e che papà l'abbia visto nelle mie foto. Adesso vorrei sedermi nella sua ombra rasserenante. Purtroppo non riesco ad andarci in questo momento, posso assentarmi solo per una settimana a ottobre. 

Ho deciso allora di tornare in Kenya, due voli brevi e solo un'ora di fuso orario. Lì la natura si contempla a distanza di sicurezza, non si può certo passeggiare tra i leoni, però ho scelto un itinerario fuori dalle rotte turistiche per immergermi indisturbata nei panorami e osservare la vita libera degli animali intorno a me. Ve lo racconterò nel dettaglio in un altro post, ma già l'idea di partire mi fa sentire meglio.

Intanto ho un gatto, un fratello e amicizie profonde che rinverdiscono le mie giornate e miei pensieri ogni volta che ne ho bisogno. Sono una Barbuna fortunata.

sabato 27 giugno 2026

Abbiamo bisogno di alberi

In questo rovente finale di giugno con l'aria immobile appesantita dalla puzza di smog e rifiuti bolliti al sole, con l'asfalto molle e incandescente come un fiume di lava, con il cemento dei nostri palazzi che moltiplica il calore anche di notte, sento ancor di più la nostalgia per le "mie" foreste indonesiane. Il caldo nella giungla tropicale è intenso, ma lontanissimo dai 56 gradi a terra dei nostri marciapiedi assolati, nella foresta il panorama è verde, l'aria sa di natura e non di sporcizia.

Ci servono più alberi.

Lo capite quando il sole batte direttamente sulle finestre di casa senza il filtro di un bel fogliame rigoglioso. Lo capite quando non trovate un albero in tutto il quartiere sotto il quale parcheggiare l'auto e lasciarla al sole significa aprire la portiera sentendo Benedetta Parodi accogliervi nell'abitacolo al grido di "Dolci in forno!" e vi grigliate le mani sul volante arroventato. Lo capite quando siete costretti a portare fuori il cane alle cinque del mattino quando la temperatura è soltanto di trenta gradi. Lo capite perché ormai lo sanno anche i negazionisti che le nostre estati stanno diventando sempre più lunghe e bollenti.

Ci servono assolutamente più alberi. In tutto il mondo. Non solo per rinfrescare le città, non solo per ripulire l'aria dai nostri scarichi, non solo per proteggere la terra da troppo sole o troppa pioggia, non solo per darci frutti e fiori e legname e carta, non solo per preservare coste e pendii dall'erosione: le piante, terricole e acquatiche, fanno parte del ciclo vitale del nostro pianeta, senza di loro sarebbe un sasso disabitato che rotola nello spazio. Dobbiamo proteggere le piante che abbiamo, ripiantare quelle che usiamo e moltiplicarne la quantità ovunque.

E poi sono belle. Ogni pianta è affascinante sia nell'aspetto che nel funzionamento. Ho letto storie incredibili sulle strategie di sopravvivenza e riproduzione di semi, foglie, fiori, spine, rami e fusti. E ho letto le storie di chi, come me, per amore delle piante ha compiuto viaggi per i quali era fisicamente impreparato solo per godere della loro vista e scoprirne i segreti. Come la signora Jamaica Kincaid che si è imbarcata in un incredibile trekking sull'Himalaya in cerca di semi e come il botanico Chris Thorogood innamorato fin da bambino di un fiore che rischia di estinguersi per mancanza di habitat ed è andato a cercarlo nelle Filippine e in Indonesia per studiarlo e sperare di salvarlo.


Madre Natura non ha bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di lei.

sabato 28 marzo 2026

L'ultimo angelo

Quattro giorni fa si è spenta Biruté Galdikas, l'ultimo dei tre angeli di Leakey, la più giovane delle tre pioniere della primatologia. Ha data un inestimabile contributo non solo allo studio degli orangutan, ma alla protezione loro e della loro foresta in cui vivono, dedicandovi la sua intera vita. Ho scritto spesso di lei in questo blog, ogni volta che sono stata a Camp Leakey, che Biruté ha fondato nel 1971 intitolandolo al suo mentore.

Ripenso a quella sera del 2019 quando mi trovavo sul molo del lodge di Rimba con le mie amiche, l'ultima sera in Kalimantan. Stavamo caricando le valigie sul klotok che ci avrebbe portate via e il lodge era tutto addobbato per dare il benvenuto alla professoressa Galdikas e ai suoi ospiti in arrivo. Sperando di incontrarla, ci siamo attardate il più possibile, ma alla fine siamo dovute partire. Salpate da poco, abbiamo incrociato un klotok che navigava in direzione opposta e sul ponte superiore un gruppo di persone conversava attorno a un grande tavolo di legno. A capotavola, c'era una donna con capelli grigi scompigliati sotto un cappello: era Biruté Galdikas. L'avevamo mancata per pochi minuti e la delusione fu tale che cercammo di convincerci che non fosse lei, ma sapevano di aver appena sfiorato una delle nostre eroine. Un'occasione perduta ormai per sempre.


Addio, grande donna, e grazie di tutto.