Abbiamo lasciato il lodge Ikweta di Meru a malincuore, ma sapendo che ci aspettava un altro luogo splendido.
Dai finestrini del fuoristrada osservo di nuovo villaggi con vie fangose, frutta colorata, bambini e animali da fattoria, negozi con le insegne dipinte sulle facciate, molti con nomi buffi ispirati alla religione come “L'alimentari preferito di Dio” o “Latteria benedetta”, e baracche di lamiera con la scritta hotel che sarei davvero curiosa di vedere all'interno.
Mentre attraversiamo la città di Meru (parco, contea e capoluogo prendono il nome dalla tribù locale), e Sonia dorme col sedile reclinato, in Kenya finisce la scuola. Gruppi di studenti di ogni età festeggiano per la strada cantando, suonando e rallentando il traffico. Le scuole chiudono per lunghe vacanze da metà ottobre a gennaio e, chi non ha gli esami, fa ritorno ai villaggi d'origine. Le altre chiusure durante l'anno sono tre settimane a Pasqua e tre in agosto.
Svegliamo Sonia per una sosta in un centro commerciale dove consumare il pranzo al sacco fornito dal lodge e usare i bagni, poi ripartiamo salendo di quota in un paesaggio sempre più verde.
Raggiungiamo il Castle Forest lodge a oltre 2000 metri sul Monte Kenya nel tardo pomeriggio. L'aria di montagna è fresca e profuma d'alberi, il panorama è bello come lo ricordavo: una piccola valle ammantata di erba verde abbracciata da una folta giungla che tiene le nuvole intrappolate tra le cime degli alberi e, sullo sfondo, i picchi più alti del monte. È un luogo così affascinante e isolato che rilassa solo a guardarlo.
Lo chalet che ci hanno assegnato è alla fine di un sentiero in salita, lontano dagli altri e con una vista strepitosa sulla foresta. Al piano terra ha un grande salotto con caminetto a legna, la cucina aperta su un tavolo di legno lungo due metri, due bagni e due camere. Al piano superiore altre due camere, ognuna col proprio bagno, che abbiamo preso io e Sonia, lasciando a Peris la matrimoniale di sotto con la stufa e ingresso separato. Il patio loggiato è così spazioso che ci stanno due divani, tavolini e un'amaca appesa tra le colonne. Lo adoriamo, ci abiterei. Nel prato, pascolano due cavalli e alcune mucche che, quando si avvicinano troppo agli chalet, vengono riportate indietro dai cani pastore. Se non fosse per la giungla, sembrerebbe uno scorcio di Trentino.
Molliamo i bagagli e usciamo subito per una passeggiata prima che faccia buio. All'inizio, ci uniamo a un cliente tedesco che sta facendo birdwatching con una guida. Il vecchio Joseph che aveva accompagnato me e Peris l'altra volta, quello che sapeva chiacchierare con gli uccelli, purtroppo è andato in pensione e questo nuovo tizio non ci ispira la stessa competenza visto che usa una app sul cellulare per riconoscere i richiami. Li seguiamo per pochi minuti prima di annoiarci e decidere di proseguire da sole. Scendiamo per il sentiero che conduce a una graziosa cascata immersa in una giungla che ricorda Jurassic Park con felci giganti, enormi banani, intricati rampicanti e alberi altissimi che potrebbero tranquillamente celare un tirannosauro. Poiché la notte precedente era caduta parecchia pioggia, il tratto che scende sotto la cascata ci sembrava troppo scivoloso, quindi siamo salite per guardarla dall'alto.
Tornando verso il nostro chalet, dove ci avrebbero portato la cena e acceso il camino, abbiamo avvistato e fotografato tanti bellissimi uccelli di diverse dimensioni e colori. La valle e la foresta ne sono così piene che non serve la guida, se non per farsi dire i nomi. Sul tetto di un altro chalet, Sonia nota un uccello più grosso degli altri e ci armiamo di binocoli e zoom. È una stupenda aquila crestalunga che si lascia fotografare per po' prima di sfrecciare improvvisamente in picchiata verso il prato ad afferrare una preda. Poi si posa su un albero e la sua sagoma elegante decora il cielo tinto di tramonto con nuvole scintillanti e raggi di sole dorati. Siamo incantate, ma comincia a far freddo e ci ritiriamo per una doccia bollente in attesa della cena.La foresta è abitata da elefanti e scimmie Colobine che ho tentato di avvistare invano nella mia visita precedente, come raccontai in questo post. Chissà se durante il trekking programmato per la mattina dopo sarei stata più fortunata. Non eravamo neanche sicure di poterlo fare, dipendeva dal meteo al nostro risveglio.
Calato il buio, è venuto a bussare l'addetto all'accensione del camino e della stufa, poi due camerieri con la cena e intanto comincia a piovere. Stare sul divano a guardare la legna ardere in un bel fuoco mentre fuori piove è uno dei piaceri della vita, mi manca solo Bio che fa le fusa per avere un momento perfetto.
Ci ritiriamo ognuna nella propria camera e io lascio le tende aperte per non perdermi l'alba sulla giungla. Il buio fuori è profondo, sembra che i vetri siano verniciati di nero. Al calduccio sotto le coperte mi addormento in fretta. Durante la notte, però, mi sveglio per i versi delle scimmie vicinissime e i cani che corrono avanti e indietro abbaiando. Le Colobine sono venute a ridere di me sotto la mia finestra. Mi riaddormento, ma punto la sveglia molto presto per godermi tutto il tempo possibile in questa natura strepitosa.
La mattina, il cielo è nuvoloso, ma per il momento non piove più. Un lenzuolo di nebbiolina candida è posato sulle chiome degli alberi e il cinguettio di mille uccellini riempie l'aria. Sicure che l'abbondante pioggia della notte abbia reso impraticabili i sentieri dentro la foresta, ci incamminiamo verso il ristorante per fare colazione. Sonia racconta di essersi svegliata in piena notte e aver visto delle luci fuori dalla finestra. Ha pensato fosse un'invasione aliena, ma certe cose capitano solo quando dorme, infatti era il guardiano notturno che faceva il suo giro con la torcia.
Siamo quasi arrivate al ristorante, quando un signore in giubbotto rosso seguito da tre cani mi saluta. Ricambio il buongiorno e scopro che è la nostra guida, il signor Peter, e stava venendo a prenderci allo chalet. Felice che l'escursione non sia stata cancellata, gli dico subito che spero tanto di vedere le sfuggenti Colobine. Decidiamo di partire subito per un percorso ad anello che ci riporterà più tardi al ristorante per la colazione.
Moses, il cane capobranco, sparisce in avanscoperta, gli altri due ci trotterellano intorno e ogni tanto inseguono gli animali che fiutano. Scendiamo lungo il prato e imbocchiamo il sentiero dentro la giungla. Sonia è emozionata, il suo primo trekking nella foresta africana; io fotografo gli alberi colossali e i ricami di foglie e rampicanti. Il signor Peter identifica le piante e ce ne parla, poi sentiamo un verso strano, forte e gracchiante. Appartiene a un uccello, che lui nomina, ma io non capisco. Mi domando quanto sia grosso per emettere un tale ruggito, a proposito di Jurassic Park, credo sia uno pterodattilo e ne sentiamo addirittura due. Piovono foglie mentre si muovono, ma non riusciamo a vederli nella fitta canopia. Proseguiamo tra alberi abbattuti dagli elefanti, altissimi fichi strangolatori, foglie a forma di cuore, funghi di un arancione fosforescente e festoni di muschio imperlato di rugiada che brilla come cristallo verde. Il vento leggero sposta le nuvole e qualche lama di sole illumina gli angoli della foresta svelandone i colori. Delle Colobine sentiamo solo i richiami.
Dopo un'ora e mezza che mi pare volata in cinque minuti per quanto adoro camminare tra gli alberi, il sentiero sbuca sulla strada sterrata che riconduce a Castle Forest e cominciamo a scalarla perché è in salita. Non ci eravamo rese conto di esserci allontanate tanto e cominciamo a sentire la fatica. Speriamo di vedere il ristorante dopo ogni curva, invece troviamo solo un'altra salita. D'un tratto, il signor Peter indica la chioma di un albero alla nostra sinistra: tra i rami ci sono delle Colobine bianche. Il tempo di avvicinarci e si spostano su una pianta più all'interno, quindi rientriamo nella giungla per seguirle. Tra le foglie, riusciamo a vedere le timide scimmiette che provano a nascondersi, ma le lunghe code che sembrano piumini bianchi tradiscono la loro presenza. Ho provato a fotografarle, ma ho inquadrato solo qualche sbuffo di coda in fuga. Almeno, però, le ho viste finalmente.
Sfinite dall'ennesima salita, l'insegna di Castle Forest ci appare come un miraggio e ci accomodiamo sulla terrazza del ristorante con vista giungla per il meritato ristoro. Un buon caffè caldo con pane e marmellata per me, pancake per Sonia, tè con uova e salsicce per Peris più succo d'anguria per tutte. Intanto ricomincia a piovigginare, ma adoro quel posto con qualsiasi tempo.
Risaliamo il sentiero per andare a cambiarci e fare le valigie. Salutiamo il nostro confortevole chalet, il panorama spettacolare, gli uccelli, i cani, le mucche e i cavalli, tutti gli alberi della giungla, le timide Colobine e gli elefanti che lasciano tracce, ma non si incontrano facilmente.
Nel prossimo post, il viaggio di ritorno a Nairobi e poi verso casa.
Nessun commento:
Posta un commento