giovedì 27 febbraio 2025

Treccine a domicilio e Barbuna's Secret

Al Khweza mi sono sempre trovata benissimo. Adoro la sua atmosfera allegra e rilassata, i copriletti zebrati e il pavimento rosso, i ballatoi con le camere affacciate sul cortiletto interno e, naturalmente il terrazzo dove un bel venticello mitiga il sole cocente dell'Africa e dal quale si può osservare la vita caotica di Nairobi da una posizione tranquilla.

Ah, mi segno qui una nota importante perché di anno in anno mi dimentico come funziona l'acqua calda in camera e, se sono troppo stanca, mi arrendo e finisco per farmi la doccia fredda: bisogna prima aprire il rubinetto, ma poco poco, e aspettare che cominci a scendere l'acqua e si scaldi, potrebbe volerci qualche minuto, poi quando è bollente, aprire di più il rubinetto così scende più forte e si raffredda. Fine dell'appunto.

Lo staff è sempre amichevole ed educato, in particolare quando arrivo io perché Peris raccomanda a tutti di prendersi gran cura di me, d'altra parte è il braccio destro della proprietaria Sally e le basta un'occhiata per far scattare tutti sull'attenti. Mi sento quasi in imbarazzo.

Comunque, l'ultimo giorno, mi sono goduta una bella colazione al sole in terrazza, mentre preparavo gli album con le foto della settimana (vi metto i link alla fine). Mi sono alzata prestissimo e ho osservato la città svegliarsi mentre gli uccellini cinguettavano tra le piante disposte intorno ai tavoli. La sveglia di buon ora mi avrebbe aiutato anche a dormire in aereo.


Più tardi mi ha raggiunta Peris insieme a una signora che fa la parrucchiera nel quartiere perché avevamo deciso che mi sarei fatta fare le treccine prima di tornare a casa. Così, sedute a un tavolo un po' defilato, io mi sono rilassata affidandomi alle abili manine della signora, mentre loro chiacchieravano nella loro lingua, probabilmente spettegolando come si fa con ogni parrucchiera del mondo. Non ho osato farmi acconciare tutta la testa, c'ho un'età, ma alla fine ero molto orgogliosa delle mie treccine laterali.

Dopo pranzo, è arrivato il momento di salutarsi e farci la tradizionale foto sul divano della reception, tra dieci anni le metterò tutti in fila per vedere come siamo cambiate. Alla prossima, amica mia!



L'autista James mi ha accompagnata in aeroporto perfettamente in orario. Lo scalo di Nairobi, credo sia il più controllato al mondo, in nessun altro ho incontrato procedure di sicurezza tanto scrupolose. Ancora prima di entrare nel terminal delle partenze internazionali, ci hanno fatto allineare tutte le valigie sul pavimento dell'atrio, poi è passata un'agente della dogana con il cane che le annusava in cerca di droga, esplosivi o altro. L'accesso al terminal è consentito solo ai passeggeri, nessun accompagnatore è ammesso, nemmeno nell'area check-in e i bagagli passano sotto uno scanner subito all'ingresso. Dopo il check-in delle valigie da stiva, si passa a un altro controllo di sicurezza, con i bagagli a mano scannerizzati e le persone pure, dentro una sorta di cabina telefonica dove tenere gambe larghe e braccia alzate. Solo allora si può proseguire per il gate. Mi piace passeggiare per gli aeroporti nei momenti di attesa, immaginare le storie degli altri viaggiatori, osservare i diversi negozi e ristoranti che si trovano in varie parti del mondo. L'unica cosa che detesto è il reparto profumi dei duty free: quando ci passo vengo soffocata dal miscuglio di fragranze spruzzate dai tester, mi viene subito mal di testa, quindi di solito li attraverso di corsa trattenendo il respiro.

Comunque il volo per Doha è partito in orario poi, dal Qatar, avrei preso la coincidenza per Malpensa. Riguardo le ore di scalo trascorse nell'immenso aeroporto di Doha che contiene perfino un parco con alberi veri, questa foto è un ricordo per pochi intimi, chiamiamola vignetta senza parole come sulla Settimana Enigmistica.


E niente, alla fine sono atterrata a Malpensa e, svegliandosi all'alba, Sté e la Simo sono venuti a prendermi per riportarmi da Bio. Grazie!

Ecco i link alle foto di questa breve vacanza

MONTE KENYA

NYERI E IL RESTO

lunedì 24 febbraio 2025

Grana Padano e tè kenyano

Nella meravigliosa luce del mattino filtrata dai rami, io e Peris abbiamo salutato Joseph, lo staff del lodge e la foresta del Monte Kenya, per partire alla volta della contea di Nyeri, dove vive la sua famiglia.

La strada costeggiava il parco nazionale Aberdare, che mi ha acceso i ricordi dell'avventura del 2016 quando eravamo un gruppo di sei donne. Davvero un posto stupendo, peccato passarci accanto senza entrare. Tuttavia, questa breve vacanza era solo una visita a Peris e famiglia, altri safari mi aspettano in futuro perché ci sono ancora diversi parchi che non ho visitato come Amboseli e Tsavo.

Non c'era traffico sulla statale, ma era piena di dossi non segnalati, con la pittura sbiadita, che si mimetizzavano col manto stradale polveroso. Così, dopo essere decollate prendendo il primo in velocità, abbiamo cominciato a fare più attenzione per avvistarli in tempo: dopo il birdwatching, il bump-watching, ci siamo dette.

Avvicinandoci al villaggio, Peris ha cominciato a indicare i luoghi legati ai suoi ricordi: qui è dove andavo a scuola, qui andava a scuola mio fratello, qui abita quel parente, qui lavora quell'altro, qui andavamo a giocare, qui si è sposato l'altro fratello... Era la terza volta che mi ci portava e ogni volta l'ho vista tornare bambina, mentre mi mostrava orgogliosa il teatro della sua infanzia. La contea di Nyeri mi è sempre piaciuta per il suo paesaggio molto verde, pieno di frutteti e fiori, e l'atmosfera tipica delle campagne, dove si vive in maniera semplice e allegra, dove tutti si conoscono e i bambini giocano per la strada.

Prima di andare a pranzo da suo papà, abbiamo fatto una sorpresa a sua sorella Gladys che lavora in amministrazione nel piccolo ospedale locale. Ci ha accolte insieme a una collega nella saletta dove stavano preparando il tè che, naturalmente, abbiamo scroccato. Gladys ha cinque anni più di Peris, ma entrambe dimostrano molto meno della loro età, le donne kenyane sono stupende, hanno una pelle perfetta e ognuna esprime la propria personalità con acconciature e vestiti colorati che a loro stanno benissimo, mentre su una bianca si spegnerebbero. Si è unita a noi anche un'ostetrica in pausa e avrei voluto che ci fosse la Fra perché conoscesse una collega.

Terminato il rito del tè e delle chiacchiere, siamo ripartite per la casa del padre di Peris dove lui e sua moglie mi hanno accolta come una di famiglia. Ho portato in dono una fetta di Grana Padano che è stato molto apprezzato e in cambio ho ricevuto due confezioni di foglie di tè. Mentre la moglie terminava di preparare il pranzo, il marito ci ha offerto uno spuntino a base di canna da zucchero che a ottant'anni ha abilmente sbucciato a colpi di machete in cortile. Quanto era buona! E ottimo anche il pranzo, disposto a buffet nella sala pranzo con frutta fresca dei loro alberi, riso alle verdure, spinaci e cavolo saltato per me e uno stufato di carne per loro. Ho fatto tre giri. Intanto chiacchieravamo di politca e società nei nostri rispettivi paesi.

Ci siamo fatti un po' di foto ricordo sotto il bellissimo albero di mango davanti casa, poi ci siamo salutati perché io e Peris avevamo ancora un paio d'ore di strada prima di raggiungere il lodge dove avremmo passato la notte e lei non voleva guidare con il buio.

Prima di partire, però, ci siamo fermati in fondo alla strada dove il papà ha gli alberi di banane e ne ha tagliato un grosso casco che Peris voleva portarsi a Nairobi. Mentre lo caricavamo in macchina, un gruppo di bambini che tornavano da scuola con le loro belle divise si sono avvicinati, incuriositi dalla presenza di una donna bianca. Il meno timido mi ha salutato e si è presentato, porgendomi la mano perché gliela stringessi presentandomi a mia volta. Allora tutti gli altri lo hanno imitato e ho stretto una mezza dozzina di manine prima che ripredessero sorridenti la via sterrata di casa. Che momento tenero!

Dopo due ore di viaggio e giusto un attimo prima che il sole sparisse sotto l'orizzonte, abbiamo parcheggiato il macchinone cigolante al Lake Ol Bolosat Resort Lodge dove Peris ci aveva prenotato due stanze per quella notte. Voleva provarlo perché ne aveva sentito parlare e vorrebbe includerlo nei tour che organizza dal Khweza. Il posto è davvero bello, immerso in un giardino fiorito che scende fino a un fiume e circondato da alberi stupendi. I corridoi che portano alle camere si aprono su giardinetti interni pieni di piante e fiori con le siepi potate a forma di animali e di oggetti, come una teiera. Lo staff è stato gentilissimo: la sorridente e accogliente signora Mary e il signor Simon distinto come un professore, dai modi gentilissimi che parlava anche un po' italiano. Ci hanno presentato anche lo chef perché non c'erano opzioni vegetariane né vegane nel menù della cena, quindi ha dovuto improvvisare per me e se l'è cavata molto bene. Buon punteggio anche sul cibo. Rientrata in camera, ho trovato nel letto tre borse dell'acqua calda messe sotto le coperte dalla cameriera per riscaldarlo visto che non c'era il caminetto. L'ultima volta che ne avevo vista una erano gli anni Ottanta, mi ha ricordato quando da bambina la abbracciavo per farmi passare il mal di pancia. Ho dormito benissimo in quel calduccio e la mattina dopo mi sono svegliata presto e sono uscita a fotografare i giardini col sole. Lodge promosso.


Avrebbe dovuto essere una vacanza tra donne, invece durante il viaggio Peris mi aveva informata che quel giorno si sarebbe unito a noi suo marito che vive e lavora da quelle parti. Non ne ero entusiasta, ma lei teneva molto a farmi vedere la casa che stanno costruendo sulle colline e poi le avrebbe dato il cambio alla guida fino a Nairobi. Quindi mi sono sforzata di non lasciar trasparire la poca simpatia che mi suscita quell'uomo perché non si è sempre comportato benissimo con la mia amica.

Prima di risalire le colline, ci siamo fermati al lago Ol Bolosat che dai racconti di Peris avevo immaginato affascinante e pieno di vita come Nakuru o Naivasha, invece si è rivelato un laghetto abbastanza insignificante e pure con parecchia spazzatura sulla riva lasciata dai pic nic dei weekend. Evitabile.

Al contrario, mi è piaciuta molto la posizione del terreno che Peris ha comprato sulle colline. Ci si arriva tramite una terribile strada sterrata piena di pietre e buche intorno alla quale sorgono diverse fattorie. Il lotto di Peris è quasi sulla cima e dal retro si gode di una bella vista sul parco Aberdare. Il marito vive lì in una casetta di legno e si occupa di coltivare cavoli, pomodori, fagioli e altre verdure che vendono e poi hanno diversi alberi da frutto. Accanto alla sua capanna provvisoria stanno costruendo la vera casa che Peris mi ha mostrato tutta fiera: il salotto col caminetto, la cucina, un grande bagno che serve la camera dei suoi figlie quella degli ospiti e poi la camera padronale con un altro bagno. È ancora lontana dall'essere terminata, ma è spaziosa e già la vedo arredata e colorata come il Khweza.

Il bagagliaio dell'auto dove già c'era il caso di banane è stato riempito con sacchi di patate, frutta e rosmarino: sembrava il banco di un mercato quando siamo ripartiti per Nairobi.

È stata una corsa contro il tempo per evitare l'ora di punta e il traffico infernale della metropoli e ce l'avevamo quasi fatta quando ci ha fermati un poliziotto. Peris mi aveva già spiegato che la polizia stradale è corrotta e ferma le auto solo per spillare soldi con false multe per infrazioni inventate. Di solito evitano gli stranieri per paura di essere denunciati, ma l'auto di Peris ha i vetri oscurati e questo agente non si era accorto di me finché non ho abbassato il finestrino. Era palesemente ubriaco, con gli occhi a mezz'asta e non capivo una parola di quello che biascicava. Più o meno aveva pensato che si trattasse di un taxi abusivo e mi invitava a scendere per prenderne un altro, ma Peris e il marito gli hanno spiegato che ero una loro amica in visita. Il poliziotto sbronzo ha fatto qualche battuta che nessuno ha compreso, poi ci ha lasciati andare.

È stata una giornata lunghissima e, dopo aver salutato Peris e suo marito, sono stata ben felice di chiudermi nella mia stanza al Khweza per una bella doccia che mi togliesse di dosso la polvere delle strade. Ho cenato in santa pace sul mio terrazzo preferito perché non c'erano altri clienti a quell'ora, poi ho preparato la valigia perché il pomeriggio del giorno dopo avevo il volo di ritorno.

Ma restava ancora da spuntare una voce sulla lista delle cose da fare in questa vacanza. Ve la racconto nel prossimo post.

domenica 23 febbraio 2025

Aspettando i Colobos


Alle sei del mattino del secondo giorno, l'aria era fredda e limpidissima. I picchi del monte Kenya scintillavano dei colori freschi dell'alba e la foresta si animava di giochi di luce, mentre tra i rami degli alberi più alti si vedeva ancora la luna. Io, Peris e Joseph camminavamo piano per non disturbare le creature che si stavano risvegliando in quel paesaggio fiabesco. Gli uccelli si scambiavano sveglie melodiose, le scimmie facevano colazione con foglie e frutti, e nella polvere del sentiero erano impresse chiaramente orme di felini passati da poco. Ci sono i leopardi in quella foresta, ma sono piuttosto schivi, un po' come Bio quando gli zii vanno a dargli da mangiare e sparisce sotto il mio letto.

Camminavamo e facevamo foto, poi abbiamo abbandonato il sentiero per inoltrarci nell'oscurità tra gli alberi, seguendo il richiamo di qualche uccello raro di cui, come al solito, non ho capito il nome. L'aria sotto le fitte chiome era piacevolmente più tiepida che sul sentiero aperto, mi godevo il caldo abbraccio di Madre Natura che mi manca sempre nei lunghi mesi di città tra un viaggio e l'altro. Dicono tutti che nelle foto che mando mentre sono via ho un'espressione completamente diversa in viso: ringiovanisco. Infatti, mi sentivo benissimo e camminavo senza fatica avvolta nel delizioso verde rigenerante della foresta e col sorgere del sole, finalmente, potevo tenere le mani gelate fuori dalle tasche della felpa.

Dopo due ore nell'area a nord del lodge, siamo scesi al ristorante per fare colazione. Non sono abituata a mangiare molto al mattino, mi bastano caffè e pane tostato con marmellata, ma pare che in Kenya sia ritenuta un'ordinazione insufficiente perché la cameriera era sorpresa che non prendessi anche uova e salsicce o almeno, dopo averle ricordato che sono vegana, fagioli stufati e riso. No, grazie, non a colazione. Anche Peris, per tutta la settimana, ha cercato di farmi abbuffare appena sveglia, pareva una zia meridionale che se non ti vede consumare otto porzioni di tutto pensa che tu sia malato. È stata una gran fatica farle capire che in realtà io mangio più di quanto sia necessario per la mia vita sedentaria, solo in orari diversi da quelli a cui è abituata lei. Terminata la battaglia e la colazione, abbiamo abbandonato le felpe e siamo ripartite con Joseph verso un'altra zona della foresta.

Abbiamo cominciato a seguire le grosse orme lasciate dagli elefanti durante la notte e mi ha sorpreso constatare quanto si fossero avvicinati al lodge, come mi sorprende sempre l'agilità di questi enormi pachidermi: si erano fatti strada a spallate su sentieri che erano stretti perfino per una persona. I branchi avanzano con la forza, dritto dove vogliono andare, senza preoccuparsi degli ostacoli e lasciando segni sulle cortecce degli alberi dove si grattano. Uno aveva masticato una liana, Joseph ci ha spiegato che lo fanno per curarsi problemi di stomaco. Ci ha anche istruite su come comportarci in caso ci fossimo imbattute nel branco, cosa che io speravo e Peris temeva. Nel caso, avremmo avuto diverse opzioni: nasconderci in un albero cavo; arrampicarci con l'aiuto delle liane che sono estremamente robuste, abbiamo usato Peris per testarne la resistenza; mantenere il contatto visivo con l'elefante in testa al gruppo e allontanarsi lentamente all'indietro, senza voltargli le spalle, per poi girare intorno al branco con un'ampia curva in modo da spostare il nostro odore al di fuori del loro percorso perché non si sentano più minacciati. Mai urlare o scappare di corsa, per quanto istintiva è la reazione più sbagliata di fronte a un animale selvatico di qualsiasi tipo perché lo induce a rincorrerti e attaccarti. Riguardo l'arrampicarsi su un albero, su un ramo potrebbe esserci un leopardo, ma sarebbe comunque la scelta più sicura rispetto all'affrontare l'elefante perché i leopardi sono pericolosi a terra, quando sono sugli alberi sono sazi e stanno riposando, quindi ci ignorerebbero.


Joseph ci indicava le diverse specie di alberi, la loro funzione nella foresta e gli usi che si potevano fare delle loro cortecce e foglie. Alcune piante mi erano familiari perché le avevo già incontrate in Indonesia, d'altra parte sono tipiche della fascia tropicale, ma mi stupisce lo stesso trovarle identiche a un oceano di distanza. Ho riconosciuto la magnolia dal profumo, questa varietà selvatica fa piccoli fiori bianchi e frutti rotondi simili a coriacei pomodori verdi, ma le sue radici non vanno molto in profondità così il vento finisce per buttare giù l'albero quando raggiunge una certa altezza. Il Fico si appoggia ad altri alberi e fa crescere le sue radici gettandole giù dai rami come la treccia di Raperonzolo. Gli alberi parassiti come questo diventano talmente grossi che i loro ospiti alla fine crollano e cadono insieme, muoiono insieme, tornando a nutrire la foresta dal suolo.

Procedevo tenendomi in fondo alla fila, contemplando la bellezza intorno a me, respirando i profumi dei diversi legni, fotografando le felci giganti e le liane che adornavano gli alberi come festoni, ed evitando le cacche dell'elefante con problemi di stomaco. Il fogliame tanto rigoglioso che ci riparava dal sole ormai rovente rendeva però difficile scattare foto nitide delle scimmie accomodate sui rami più alti, di cui potevamo solo sentire i versi. Tuttavia, l'importante era osservarle e ascoltarle. Tra le diverse specie presenti sul Monte Kenya, c'erano le scimmie Colobine che, narra l'uomo che conversa con la foresta, sono strictly vegetarian, mentre le altre non disdegnano nutrirsi anche di insetti o piccoli animali. Sono vegane come me, sorelle di dieta! E in inglese le chiamano Colobos che è quasi Colombo, no? Volevo assolutamente incontrarle e fotografarle, ma erano difficili da avvistare: piccole su alberi enormi, bianche e nere in una foresta di luci e ombre. Joseph, però, mi ha detto che la sera se ne potevano trovare sugli alberi davanti alla collina dove sorge il lodge. Avevo un appuntamento al tramonto.

Intanto si era fatta l'una e la nostra escursione volgeva al termine perché ormai faceva troppo caldo e comunque eravamo in marcia dall'alba. Da Joseph abbiamo appreso un sacco di nozioni e curiosità, si è ben meritato la sua mancia. Al ristorate del lodge, io e Peris ci siamo rinfrescate con una bella birra in attesa del pranzo, il servizio in Africa ha sempre i suoi tempi. A differenza della giungla indonesiana, in Kenya il clima è così secco che dopo aver camminato per ore nella foresta non ero neanche sudata. Le nostre scarpe invece facevano schifo così, dopo pranzo, Peris ha chiesto un secchio d'acqua alla reception, le ha lavate con uno straccio e messe ad asciugare al sole, mentre io trascrivevo sul computer gli appunti della giornata e scaricavo le foto.

Alle cinque e mezza, siamo scese dalla collina verso la foresta perché volevo incontrare le mie amiche Colobine. Siamo rimaste lì sedute in attesa, Peris con il binocolo e io con la macchina fotografica pronta, scrutando la linea degli alberi per cogliere movimenti nelle chiome. Agli altri ospiti de lodge e ai membri dello staff che ci passavano alle spalle sul sentiero e ci chiedevano cosa facessimo sedute nell'erba, rispondevamo: -Waiting for Colobos.-

Il sole cominciava a calare insieme al mio entusiasmo, delle mie amichette nessuna traccia e dopo un breve, ma sfavillante tramonto, mi sono arresa.

Sono spuntate le stelle, il caminetto è stato acceso, abbiamo chiacchierato preparando le valigie per la partenza del mattino dopo e ci siamo augurate a vicenda lala salama, dormi bene. 

venerdì 21 febbraio 2025

L'uomo che chiacchierava con la foresta

Ho tanto da raccontare di questa anomala vacanza in Kenya senza safari, ma non ho trovato connessione Internet fino al rientro a Nairobi, quindi questi post sono tutti in differita e caricherò gli album fotografici una volta a casa.

L'auto di Peris è un macchinone bianco che cigola in ogni sua parte come il furgoncino di Precious Ramotswe, ma fa il suo dovere con dignità e lunedì mattina era pronto a portarci fino alla destinazione segreta che si è rivelata essere la foresta pluviale del monte Kenya.

Abbiamo preso l'autostrada che esce da Nairobi con un bel venticello a mitigare il sole equatoriale e le corsie completamente sgombre, mentre nella direzione opposta il traffico era immobilizzato in una coda terrificante di cui non si vedeva la fine per chilometri. A metà del tragitto di tre ore, ci siamo fermate per un caffè in un piccolo bar. Ne ho approfittato per usare il bagno e mi sorprende sempre trovare la carta igienica e i sanitari perfettamente puliti lungo una strada africana, mentre negli autogrill in Italia i bagni sembrano appena usati da una banda di orchi con la dissenteria.

Lasciata l'autostrada, si proseguiva attraverso i villaggi e le cittadine che hanno sempre fatto da contorno alle escursioni dei miei viaggi passati. Mi sono ormai familiari i banchetti della frutta disposti in fila a ridosso dell'unica strada asfaltata, i negozi con le insegne dipinte direttamente sul muro, i mercati affollati, le centinaia di chiese dai nomi altisonanti che fanno ridere anche Peris e i bambini in divisa che si tengono per mano andando a scuola. Poi, in prossimità della nostra destinazione, abbiamo imboccato una pista sterrata piena di pietre che si snodava tra alberi giganti. Il macchinone cigolante sollevava nubi di polvere, ma procedeva e Peris si è dimostrata un'ottima guidatrice.

Infine, siamo approdate al Castle Forest Lodge dove avremmo trascorso due notti. Il lodge è composto da un ufficio nell'area parcheggio, un edificio con reception e ristorante vista foresta, e una serie di bungalow che sembrano baite di montagna sparse su una collina erbosa che domina la vallata traboccante di alberi e la cresta frastagliata del monte Kenya alle spalle. Bellissimo!



Il nostro bungalow era una casetta in pietra e legno con un sole dipinto sull'imposta della finestrella del bagno. Entrando si trova un salottino con tanto di caminetto per le notti gelide: di giorno ci sono 32 gradi, la sera si precipita a 14, quindi eravamo ben felici di averlo. Ai due lati opposti del salotto c'erano le porte delle nostre due camere e un bagno tutto in pietra. Nota: l'acqua della doccia era finalmente bollente, credo sia la prima volta che mi capita di trovarla in Kenya.



Sistemati i bagagli, abbiamo pranzato e poi siamo andate un po' in giro nei dintorni a sgranchirci le gambe ed esplorare. Per entrare nella foresta è obbligatoria la guida, che abbiamo prenotato per il giorno dopo, ma accanto al parcheggio del lodge c'è un sentiero facile che conduce a una piccola cascata e si può percorrere in autonomia. Si sentivano solo i suoni della natura: lo scrosciare dell'acqua sulle rocce, il canto degli uccelli, i richiami delle scimmie che scuotevano i rami di alberi stupendi.

Peris è appassionata di birdwatching, così il signor Joseph, un uomo di mezza età dal portamento elegante e il viso allegro che ci avrebbe fatto da guida il giorno dopo, ci ha accompagnate per una passeggiata al tramonto su per la collina dietro il nostro bungalow. Anche il ragazzo che ci aveva fatto da guida a Naivasha si chiamava Joseph. Deve essere il nome tipico degli esperti di uccelli, ci siamo dette io e Peris, ridendo come due sceme. Questo Joseph, però, aveva un dono: parlava l'uccellese!

Risalendo la collina nella splendida luce del sole calante, procedevamo lentamente seguendo i passi della guida che coglieva ogni fruscio e indicava un ramo nell'infinità di rami della foresta, poi produceva un suono fischiando e l'uccello rispondeva, cominciando una vera e propria conversazione fatta di suoni diversi. Non usava richiami registrati o fischietti vari, non imitava i versi degli uccelli: parlava proprio la loro lingua. E noi stavamo ad ascoltare estasiate gli uccellini che riferivano a Joseph notizie dalla foresta. Immaginavo pettegolezzi su chi avesse fatto il nido con chi, novità sulla schiusa delle uova di qualche parente, recensioni degli alberi migliori, lamentele sul cambiamento climatico e indicazioni su dove trovare tracce di elefanti, felini e scimmie. 




Mentre lui li teneva occupati a chiacchierare, ho scattato alcune foto davvero belle che condividerò con Hari, il mio amico indonesiano che faceva la guida di birdwatching per l'ecolodge di Sumatra e membro di Alert.

Digressione a proposito di Hari: ha lasciato da poco Ecolodges Indonesia per mettersi in proprio come guida e fotografo, ha un suo team di ragazzi del posto. Mi ha scritto che, adesso che ha un'esperienza decennale e un nome nell'ambiente, ha deciso di dedicarsi allo sviluppo del turismo sostenibile coinvolgendo maggiormente le comunità intorno al Way Kambas. Gli auguro un grande successo e di sicuro, per il mio ritorno di ottobre in Indonesia, io e miei compagni di viaggio approfitteremo dei suoi servizi per sostenere la sua nuova attività.

Ma torniamo in Kenya. Le nuvole che il vento aveva radunato nel pomeriggio, sono svanite al tramonto e i picchi del monte scintillavano in tutto il loro splendore. Io, però, durante quella passeggiata serale continuavo a pensare all'escursione del giorno dopo perché non vedevo l'ora di inoltrarmi nella foresta che stavamo solo sfiorando. Tra l'altro, non avevo con me le scarpe da trekking: va bene la sorpresa, ma Peris avrebbe almeno potuto avvisarmi di portarle. Secondo Joseph, comunque, i miei sandali sportivi sarebbero andati bene perché il sentiero era in piano, sempre meglio delle scarpe da tennis che indossavo in aereo, non adatte allo scivoloso tappeto di foglie umide.

Appena sparito il sole, la temperatura è crollata. Per raggiungere il ristorante, facendoci luce sul sentiero con una torcia perché il buio era totale, ho indossato camicia a maniche lunghe, felpa di pile, sciarpa di lana e stavo appena bene. Il cielo era un tripudio di stelle e la costellazione di Orione, di cui a casa vedo la cintura bassa sull'orizzonte, luccicava tutta intera al centro della volta celeste, attraversata da una nitida Via Lattea che adoro ritrovare quando mi allontano dalla civiltà, per me è un segno che sono nel posto giusto: in mezzo alla natura.

A cena, io e Peris chiacchieravamo di qualunque cosa: da argomenti alti, come l'ecologia e i diritti delle donne, a pettegolezzi sulle guide dei miei tour precedenti e ricette tipiche dei nostri paesi. Ho scoperto così che in Kenya detestano la polenta gialla di mais perché anni fa, durante una carestia, gli Stati Uniti avevano inviato aiuti umanitari che includevano sacchi di mais per nutrire la popolazione, però sui sacchi c'era scritto che era cibo per animali e si sono offesi tantissimo. Ma che ne sanno gli americani di cucina! Viva la polenta!

Intanto, un ragazzo dello staff raccoglieva le chiavi dei bungalow per andare ad accendere il fuoco nei caminetti. Infatti, quando siamo tornate, c'erano un bel calduccio fin nelle camere e profumo di legna. Ho dormito splendidamente e all'alba ero pronta per la foresta. Ma questa è storia per il prossimo post.




lunedì 17 febbraio 2025

Zombi

 Breve post per avvisarvi che sono arrivata salva in Kenya.

Salva, ma non esattamente sana. Sarà l'età o forse dovrei viaggiare più spesso per non sbarcare dagli aerei con la faccia e la postura di uno zombi ubriaco. Ad attendermi all'aeroporto di Nairobi c'erano Ken, gentilissimo autista del Khweza, e il sole dell'equatore splendente di vitamina D.

Ho lasciato i bagagli in camera e sono salita a fare colazione sulla terrazza che tutti i miei compagni di viaggio in Kenya ricordano come luogo di sole, pace, colori e buon cibo. Intanto un'autopompa stava caricando d'acqua le cisterne del Khweza, quindi dovevo aspettare per farmi una necessarissima doccia.

All'ora di pranzo è arrivata Peris, ci siamo scambiate regali e abbracci e vi saluta tutti.

Dopo il primo giorno in totale relax per riprendermi dal viaggio e togliermi il colore grigio dalla pelle, questa mattina siamo in partenza per la destinazione a sorpresa sul monte Kenya. Laggiù non avrò connessione perciò vi lascio con la suspence fino a mercoledì quando vi racconterò tutto.

Baci, soprattutto agli zii che si stanno occupando di Bio.

sabato 8 febbraio 2025

Posto vecchio, viaggio nuovo

Sto per tornare in Kenya per una visita a Peris. La mia idea era semplicemente staccare un po' dal lavoro e andare al suo villaggio d'origine a trovare la sua famiglia e razziare le delizie del loro frutteto, ma Peris ha in serbo una sorpresa per me, da qualche parte nei pressi del Monte Kenya. Vi racconterò da là.

In ottobre, invece, io, Sonia e la Fra porteremo suo marito Francesco a vedere gli orangutan del Borneo e faremo tappa anche al Way Kambas dove presenterò loro i miei ragazzi di Alert e vedranno per la prima volta gli elefanti asiatici, infine qualche giorno a Bali per riprendere il volo internazionale.

Alcuni mi domandano perché da qualche anno le mie uscite dal continente si limitino a Kenya e Indonesia. Be' le ragioni sono diverse: intanto mi fa piacere rivedere gli amici che ho laggiù, poi c'è ancora tanto da vedere in entrambe le nazioni e ogni viaggio è diverso dal precedente. Inoltre, quando viaggio da sola, preferisco andare in luoghi che conosco, dove mi sento sicura, ma mi piace anche portare gli amici a vivere le esperienze che ho amato e che hanno letto qui.

Comunque, ho ancora un lungo elenco di mete che vorrei raggiungere e mi organizzerò per raccontarvi nuovi angoli del pianeta in futuro, tempo e soldi permettendo, con i miei consueti due viaggi annuali. Nel frattempo, visto che sognare è gratis, posso citarvi qualche destinazione che ho da tempo nella lista dei desideri. 

In Africa, vorrei visitare bene il Botswana, dove sono stata un giorno soltanto, per esplorare il delta dell'Okavango con i suoi paesaggi spettacolari ricchissimi di animali e il Kalahari raccontato nei romanzi sulla detective Precious Ramotswe. Sempre nel continente nero, mi piacerebbe tanto andare in Mozambico di cui ho letto bellissimi reportage su National Geographic, sia per safari nel Parco di Gorongosa intorno al quale sono sorti i Club delle ragazze di Gorongosa con lo scopo di promuovere l'istruzione e i diritti di donne e bambini, e poi il parco nazionale delle Quirimbas che include un'area marina protetta con testuggini, dugonghi e 375 specie di pesci in una stupenda barriera corallina. Peccato che l'instabilità politica lo renda un paese pericoloso, quindi resterà in fondo alla lista finché non sarà più sicuro visitarlo. Allo stesso modo, resta al momento impraticabile la parte di Egitto che mi manca: crociera sul Nilo verso la Valle dei Re, Luxor e Assuan. Per fortuna, almeno, ho visitato le Piramidi in tempi tranquilli.

In Asia, mi interessano i luoghi storici della Cina che fanno tanto Marco Polo e le Filippine, non tanto per le spiagge, ma per il vulcano Pinatubo, protagonista di una delle mie storie di eruzioni preferite. Ma c'è anche un'isola indonesiana che continuo a sfiorare senza arrivarci: Sulawesi, ancora in gran parte selvaggia, habitat di animali unici al mondo e con una tradizione animista dalla ritualità molto particolare.

In Oceania avrei l'imbarazzo della scelta tra le innumerevoli isole del Pacifico che offrono vivacissime barriere coralline dove snorkelare e altrettanti paesaggi vulcanici, come l'arcipelago di Vanuatu che mi attira da anni. Poi, naturalmente, la Nuova Zelanda. Il difetto dell'Oceania è la distanza, il tragitto per raggiungere certi luoghi è infinito e servono parecchi giorni di ferie per potersi godere la destinazione una volta arrivati.

In America, ho visitato solo il Messico e le Hawaii. Potrei tornare da Patty per esplorare la zona Maya, visto che nei viaggi precedenti ho visto l'area azteca e la splendida Baja California delle balene. C'è, però, tutto il Sudamerica da vedere, dall'Amazzonia ai siti archeologici e giù fino ad affacciarsi sull'Antartide. Tanto, troppo, non basta una vita intera e non bastano i risparmi di una vita intera.

I ricchi dicono che i soldi non comprano la felicità. Bah. Se non avessi bisogno di lavorare avrei tutto il tempo di viaggiare e non dovrei preoccuparmi di quanto costi un volo. In ogni caso, sono felice di tutti i viaggi che sono riuscita a fare finora e di quelli che potrò permettermi in futuro. D'altra parte, ai tempi dei primi esploratori si doveva navigare per mesi per vedere quello che ho visto io, quindi mi ritengo fortunata.

Per il 2026, ho una settimana riservata a Bali perché Kadek vuole portarmi al suo paesino in una zona dell'isola dove non si spingono i turisti e lo stile di vita tradizionale è ancora autentico. Potrei anche attaccarci una settimana in Sulawesi, già che vado in zona. Vedremo.

Intanto, viviamoci il 2025 e l'imminente ritorno in Kenya.




martedì 31 dicembre 2024

Un altro giro intorno al sole

 



Video riciclato dagli anni passati perché non si butta via niente. Buon 2025 a tutti!


sabato 9 novembre 2024

Bio e la migrazione delle rondini

 Se questo è l'unico pianeta con i gatti, dobbiamo salvarlo.




sabato 25 maggio 2024

L'isola assassina

io & la mia libraia
I viaggi, mi piace sognarli, prepararli, viverli, ricordarli e parlarne. Con la mia libraria del cuore Francesca, si chiacchierava di Australia e del viaggione 2010, prima con il TdC e poi con mio fratello e il Berna, ho tantissimi ricordi. Dico che si chiacchierava perché la sua libreria non ha niente a che vedere con i grandi magazzini dove lavorano commessi anziché librai. Elsa è accogliente come un salotto, infatti ci sono diversi divani e poltrone, invita a esplorare i tavoli e gli scaffali pieni di storie, come quelle romantiche soffitte dove si scovano tesori dimenticati. Francesca è generosa nel condividere la sua passione e le sue conoscenze, per questo è un piacere fermarsi a parlare con lei di qualsiasi argomento e sapete quanto mi piacciono le persone sensibili e competenti. È un personaggio anche lei. Mi ha procurato Picnic a Hanging Rock di Joan Lindsay, romanzo inquietante su un fatto misterioso accaduto nel 1900 in questa località a nord di Melbourne. Il libro mi è piaciuto tantissimo, ma non posso dirvi altro perché qualunque piccolo particolare citassi sarebbe un imperdonabile spoiler. Dovete leggerlo, soprattutto se, come me, siete stati in Australia perché è proprio l'ambientazione a renderlo speciale e credibile.

Ah l'Australia, che isolona stupefacente! 

Sia nel senso di sorprendentemente bella, sia nel senso di ma Madre Natura era fatta di LSD quando si è inventata questi animali? Il canguro e il wallaby che si spostano saltando e tengono i piccoli in tasca, il wombat che fa la cacca a cubetti, il koala che stupra le femmine e dorme tutto il giorno perché mangia solo eucalipto e non ha lo stomaco adatto per digerirlo, l'ornitorinco che sembra fatto con gli avanzi di altri animali, l'echidna che era uno dei miei preferiti sull'Enciclopedia degli animali e i pinguini fata che dormono solo tre minuti alla volta per paura dei predatori e muoiono d'infarto se illuminati di notte (per vederli, io e il TdC avevamo torce a luce rossa soffusa che non li disturba e dovevamo stare in silenzio assoluto) e l'opossum australiano che si trova più spesso morto lungo le strade che vivo in natura. Poi c'è tutta la fauna marina che mi sono goduta alla Grande Barriera Corallina. A parte l'ornitorinco che è timido, ho visto tutti gli altri e anche di più.

I paesaggi sembrano dei dipinti, i colori sono così intensi che perfino con la vecchia macchina fotografica che usavo allora risultano sgargianti. Essendo un continente, anche se per la maggior parte desertico, i panorami sono variegati e così ho visto l'arido outback e la lussureggiante foresta tropicale, le spiagge da cartolina e le scogliere scenografiche della Great Ocean Road, ma anche Shell Beach che, come si intuisce dal nome fantasioso, è costituita da miliardi di miliardi di piccole conchiglie bianchissime. E il cielo! Probabilmente dipende dalla latitudine, ma il cielo sembrava sproporzionato rispetto alla terra. Era tanto, tanto da farmi sentire schiacciata sotto il suo peso turchese. Indimenticabile la stellata ad Airlie Beach, mai viste tante stelle nemmeno nel deserto del Marocco. 

La gente è tanto amichevole che anche al telegiornale parlano in slang e, cosa che mi ha colpito personalmente, tutti i clienti salutano le cassiere al supermercato. Per legge, ogni punto panoramico e ogni spiaggia deve avere spazi liberi e pubblici perché non sarebbe giusto farne godere solo ai ricchi. Nei parchi cittadini ci sono barbecue a gas e tavoli da picnic a disposizione di tutti gratuitamente e, stupitevi, nessuno ruba le bombole e chi li usa poi li lascia perfettamente puliti per chi verrà dopo. Gli australiani in realtà non esistono, sono tutti immigrati da altri continenti, i veri australiani sarebbero gli aborigeni anche se sono rimasti quasi senza terra e senza identità Ma è proprio dagli aborigeni che viene il minimo di storia australiana, una complessa e affascinante mitologia trasmessa oralmente con canti e poesie che narrano come la creazione dell'Australia abbia avuto origine da una serie di sogni che si continua a sognare. Non è bellissimo? Eppure i monumenti dedicati agli eroi nazionali raffigurano Bon Scott degli AC/DC e Steve Irwin, per carità, entrambi stimatissimi anche da me, ma per un europeo il centro storico di Sydney o Melbourne è una vera barzelletta. Non hanno nemmeno un piatto tipico! Grigliano tutto e basta, e lo sport nazionale è il Footy, nomignolo con cui chiamano l'Australian Football League. In sostanza si tratta di trenta persone in canottiere colorate buttate in mezzo a un campo erboso decorato con tante linee che non si capisce dove devi stare. Senza regole comprensibili, questi bei ragazzoni cresciuti a canguro grigliato giocano a qualcosa che sembra un misto di rugby, basket e calcio. Quando la cara Erin ha portato me e il TdC a vedere una partita a Melbourne, esultavamo quando lo facevano gli altri, senza capire quale squadra avesse segnato il punto, anche perché, tornando a quanto sono amichevoli gli australiani, i tifosi di entrambe le squadre si siedono mischiati e condividono le vettovaglie portate da casa, visto che non si sa neanche bene quanto duri una partita. Poi, a proposito di picnic, vi ricordate quando con Sté e il Berna ci siamo fermati a mangiare in un grazioso praticello accanto a un torrente nell'outback? Quando ci siamo accorti che quelle belle rocce ordinate erano lapidi e un tizio ci spiava da un camper, siamo scappati. Infine, non posso non citare la visita al Principato di Hutt River: quattro case in mezzo a un arido nulla nell'ovest e un tizio, - nel 2010 era un simpatico vecchino con cui mi sono fatta fotografare nella sala del trono, chissà se è ancora vivo - che un giorno ha dichiarato guerra all'Australia per ottenere l'indipendenza. Poiché, secondo la legge, se l'Australia non ti risponde entro 60 giorni hai vinto la guerra a tavolino, Hutt River è diventata un principato e ne ho il timbro sul passaporto. Che isola magnificamente folle!

Ma c'è un enorme MA che incombe su questa terra meravigliosa.


Sarà perché ci si trova a testa in giù con la gravità che ci tiene appesi al pianeta per le caviglie e il sangue va al cervello provocando allucinazioni e smarrimento; sarà perché il cartello Prairie abitanti 9 (e pure sperduti nell'outback) giustifica che almeno uno vada fuori di testa e diventi serial killer; sarà che gli aborigeni, visto come sono stati trattati, avranno comprensibilmente lanciato qualche maledizione; sarà che mettere il segnale Attenti ai coccodrilli nel giardino del campeggio e non illuminarlo di notte è un po' una scommessa sulla vita di noi turisti poveri; sta di fatto che in Australia, tutto vuole ucciderti. Dalle piante velenose alle meduse che sono più temute degli squali, dagli insetti ai già citati serial killer, dalle scogliere che franano sotto la Great Ocean Road ai fulmini (Darwin è la città dove cadono più fulmini nel mondo intero) fino ai road train che non sono in grado di frenare, c'è una varietà di modi di morire su quest'isola che stupisce ci sia ancora vita.

Ho sperimentato in prima persona l'incantesimo di questa natura sconvolgente che inebria e spaventa, che ubriaca per la varietà di panorami che appaiono all'improvviso dopo lunghe strade desolate come un continuo colpo di scena. Per noi che veniamo da un mondo totalmente diverso, così affollato e chiassoso eppure ordinato e ordinario, la vastità e unicità della natura australiana è un colpo fortissimo per ognuno dei nostri sensi e per la mente e per lo stomaco. Il tramonto su Shell Beach, a piedi nudi sulle dune di conchiglie, con il mare liscio come uno specchio che diventa scuro in pochi, ma lunghissimi istanti. Il silenzio subacqueo in cui fiorisce la Grande barriera corallina illuminata dal sole e poi oscurata dalle nuvole. La Via Lattea perfettamente chiara come un sentiero di vetri rotti colorati nel cielo notturno di Airlie Beach. I leoni marini che surfano nelle onde azzurre e poi si trascinano a riposare sulla spiaggia di un bianco abbagliante. I wallaby che scendono la sera dalle rocce di Magnetic Island e prendono delicatamente pezzi di carota dalle nostra mani. E avrei altri diecimila momenti come questi da elencare, chiari nei miei ricordi come se mi trovassi ancora lì, che fatico a spiegare a parole e che ancora mi sembra incredibile aver vissuto. Andate a rileggere i post di allora e a rivedere le foto che, vi ricordo, sono precedenti alla mia bellissima reflex Nikon eppure stupende.


Conoscendo tutto questo, non ho alcun dubbio sulla soluzione del mistero di Picnic a Hanging Rock e ha fatto benissimo il primo editore a suggerire all'autrice Joan Lindsay di eliminare l'ultimo capitolo che, nel manoscritto originale, spiegava l'accaduto nel dettaglio. Non c'era alcun bisogno di dirlo, non servono - e non basterebbero - parole: è ambientato in Australia!


Nota: Grazie, Francesca, per avermelo consigliato! E siccome è una maga nel suggerire il libro adatto all'umore, agli interessi, alla personalità di ognuno, fatevi un giro da lei a Elsa Libreria Creativa in via Carlo Rota 11 a Monza. Leggere è il mezzo più economico per viaggiare ed è anche quello che ti porta più lontano, nello spazio e perfino nel tempo.

giovedì 9 maggio 2024

Progetto Uganda fallito

Il progetto 2025 per cui ho cominciato a risparmiare riguarda il parco nazionale Bwindi Impenetrable Forest dove è possibile seguire le tracce delle famiglie di gorilla protette e trascorrere un'ora ad osservarle nel loro magnifico ambiente. Purtroppo, questo viaggio è fallito prima di cominciare. 

Sonia
Il prezzo dell'ingresso, da luglio 2024, sarà innalzato a 800 dollari a persona. Considerando che per un giorno di trekking si devono trascorrere almeno quattro giorni in Uganda perché da Entebbe, dove arrivano i voli internazionali, servono nove ore di strada per raggiungere il parco e bisognerà pur dormire da qualche parte prima e dopo, i costi aumentano rapidamente. In sostanza, la soluzione più economica (volo, albergo, trasporto via terra, pasti, ingresso, guida) verrebbe a costare oltre duemila Euro a persona. So che ne varrebbe la pena e lo ricorderei per tutta la vita, ma con la stessa cifra si fanno 10 giorni di parchi in Kenya o due settimane in Indonesia. Voglio davvero spendere tanto per un'ora con i gorilla? Probabilmente me ne pentirò e rimpiangerò per sempre di non averlo fatto, già mi commuovo al solo pensiero di vedere questi meravigliosi primati a pochi metri da me in una splendida foresta, però penso anche che potrei spendere meglio quei soldi. Dopo aver conosciuto certe realtà a Sumatra, mi sentirei davvero egoista a investire 800 dollari in un'ora di svago solo per me quando con la metà ho trascorso tre giorni con Alert sostenendo la protezione degli elefanti e i progetti per lo sviluppo delle comunità locali.

Fra & Fra

I miei compagni di viaggio, Fra&Fra e Sonia, sono d'accordo perché sono persone stupende e anche povere come me. Rimandiamo a quando i prezzi caleranno o vinceremo la lotteria. Quindi, per il 2025 torneremo insieme in Indonesia. La Fra e Sonia rivedranno volentieri gli orangutan del Borneo e per Francesco sarà la prima volta; poi aggiungeremo un po' di giorni a Sumatra che per tutti loro è una nuova meta, trascorrendo anche una notte a Rantau Jaya Makmur per provare i loro servizi di ecoturismo e dargli la nostra opinione.

Onestamente, sono soddisfatta di questa soluzione e fiera dei miei compagni per la loro comprensione e disponibilità. In fondo, una vita non basterebbe comunque a vedere tutte le meraviglie del mondo, vivremo le avventure che potremo permetterci e sarà fantastico in ogni caso.