Per
l'ultima escursione a Sumatra, abbiamo indossato tutti e tre le
nostre magliette di guardian of the wild.
Dan
ci raggiungerà nel pomeriggio. “Mi farò venire a prendere da
Yahya o Dino” mi scrive e sappiamo già a chi toccherà.
Entriamo
nel parco dall'ingresso vicino alla guesthouse e restiamo fermi al
posto di guardia in attesa del ranger che deve accompagnarci.
Aspettiamo un po', un altro po', e i ragazzi cominciano a
innervosirsi perché ci stiamo perdendo il momento migliore per
osservare la foresta che si sveglia, ci siamo alzati presto apposta.
Per distrarci, Kiki ci fa scendere dal pickup e ci mostra i pannelli
informativi installati a lato della strada: elencano le specie di
uccelli e mammiferi presenti nel parco con le aree di avvistamento. È
un progetto che ha realizzato lei e ce ne sono altri in altre zone
del Way Kambas che ne descrivono fauna e flora. Li avevo visti l'anno
scorso a Bambangan, ma un branco di elefanti selvatici li ha
abbattuti, per giocarci. Questi all'ingresso sono gli unici rimasti
in piedi. Intanto, vediamo partire un altro ranger con un gruppo di
turisti, mentre noi che siamo qui con ALeRT veniamo messi da parte.
C'è sempre una certa tensione nei rapporti con il personale del
parco, i ragazzi sanno di chi fidarsi e chi approfitta del proprio
ruolo, ma sono costretti a ingoiare tanti rospi per poter continuare
la loro attività nella foresta. Non si tratta solo della tipica
pigrizia dei dipendenti statali che è diffusa in ogni paese del
mondo, c'è anche corruzione, complicità con i bracconieri e c'è
chi porta i propri parenti a pescare illegalmente nei fiumi del Way
Kambas la domenica, purtroppo le denunce cadono nel vuoto oppure si
risolvono in piccole multe. ALeRT lavora con gli abitanti dei
villaggi e i ranger onesti anche per cambiare questo sistema,
attirandosi l'ostilità degli altri ovviamente. Io non so mai in
anticipo se le persone che mi presentano o quelle che ci fermano per
controlli sono amici o nemici, quindi evito di dare troppo confidenza
finché non scopro da Dan da che parte stanno ed è davvero brutto
che esistano delle parti.
Comunque,
i ragazzi si stufano di aspettare, ci mandano avanti con il pickup,
mentre l'altra auto resterà ad attendere il ranger. Ci ritroveremo
al fiume Kanan dove abbiamo in programma un giro in barca. Il
tragitto attraverso la foresta fino al fiume è spettacolare, pare di
infilarsi in un tunnel tutto verde e anche la temperatura è molto
piacevole, finalmente si respira. Frange di liane che drappeggiano i
rami protesi sulla strada, rampicanti che rivestono i grandi tronchi
abbattuti dai temporali o dalle termiti, alberi così alti che non
stanno in una foto e bisogna riprenderli in video dalle radici alla
chioma che si perde nel cielo. C'è chi viene in Indonesia a fare
birdwatching, io faccio treewatching.
Giunti
a un'ampia radura affacciata sul fiume, scopriamo che il ranger
assegnato al nostro accompagnamento è già lì. Le auto dei ragazzi
sono, come sempre, cariche di vettovaglie e attrezzatura che il
povero Dino aiuta a scaricare e sistemare sulla barca, ma poi non
viene con noi e nemmeno Yahya. Partiamo con una sola grande canoa a
motore: Fra e Fra davanti, io e Kiki dietro di loro, poi Eddie, il
ranger e naturalmente il pilota.

Il
fiume è più ampio di quello percorso in canoa in Kalimantan, quindi
gli alberi dalla riva non riescono a farci ombra e comincia a fare
caldo. Mentre navighiamo verso il punto in cui ci fermeremo per un
pranzo al sacco, ci scorre intorno una foresta di palme, banani,
mangrovie e alberi dalle forme esotiche, inoltre, abbondano le piante
acquatiche, tanto che in alcuni tratti sembra di navigare attraverso
un prato. Avvistiamo diversi uccelli e aquile, ma il pilota non
rallenta per farci scattare qualche foto o per avvicinarci a
osservare meglio, si nota che è un semplice trasportatore e non un
accompagnatore turistico (capitan canotta in Borneo riusciva
contemporaneamente a guidare il grande klotok, fumare e avvistare un
uccello verde su sfondo verde portandoci esattamente sotto il suo
ramo). Qualche macaco agita rami in lontananza e si odono i richiami
delle scimmie Siamang, però in generale vediamo molto poco navigando
così velocemente e arriviamo al punto di approdo un po' delusi. Sono
dispiaciuta per Francesca e Francesco perché avevo creato grandi
aspettative, raccontando dell'anno scorso con Hari quando avevo
osservato e fotografato uccelli di ogni specie, ma era un altro
tratto del fiume e soprattutto un orario diverso, il tramonto. Siamo
in anticipo anche per pranzare, visto che sbarchiamo alle dieci e
mezza, così i ragazzi preparano tè, caffè e frutta. Accendono un
fornelletto per l'acqua in uno spiazzo tra gli alberi dove si siedono
a terra a preparare lo spuntino, mentre per noi sistemano delle
comode sedie da campeggio all'ombra con tavolino e vista fiume.
Quella separazione ci ha messi a disagio, sembravamo tornati ai tempi
dei colonialisti bianchi, come ha commentato Francesco. Abbiamo
insistito per stare tutti insieme, ma ci hanno comunque servito
bevande e frutta sul tavolino. Credo che volessero fare bella figura
con Francesca e Francesco e non fossero sicuri di quanta confidenza
dare in assenza di Dan.

Per
tirare l'ora di pranzo, ci siamo incamminati per un piccolo trekking
nei dintorni con il ranger che ci ha raccontato del problema della
pesca illegale nella zona. Mentre passeggiavamo con Kiki ed Eddie che
traducevano le informazioni, ho notato una bottiglia tra le foglie
che ricoprivano il terreno, poi altri rifiuti in plastica: i resti del
bivacco di pescatori di frodo. Mi urtava vedere tutta quella
spazzatura abbandonata, allora ho proposto di radunarla in un punto e
portarcela via al ritorno, in fondo siamo qui per contribuire alla
protezione della foresta, non solo a visitarla. Ci siamo dati tutti da
fare e ne è venuto fuori un bel mucchio. Il ranger mi è parso
interdetto per un attimo, poi ha partecipato e ha affermato che
ripulire i campi base di bracconieri e pescatori serve anche a
monitorare nel tempo quanto vengono usati. Non sono sicura che lo
facciano spesso quanto dice, anche perché l'area verde intorno al
loro ufficio fa abbastanza schifo, piena di mozziconi di sigaretta,
carte di merendine e perfino pile esaurite. Però oggi è stato
fatto.
Ho chiesto a Kiki la differenza tra le parole rimba e utan perché entrambe mi vengono tradotte con foresta. Rimba è nel nome di ALeRT (acronimo di Aliansi Lestari Rimba Terpadu), dell'ecolodge in Kalimantan e del nostro klotok, utan nella parola orangutan dove orang è persona e utan foresta che gli indigeni utilizzavano per indicare i miei primati preferiti come abitanti della zona. Non è stato facile per lei spiegarmelo in inglese, ma credo di aver capito che rimba indica la giungla, una foresta selvaggia, mentre utan è il termine generico per foresta, area boschiva.
Dopo
pranzo, Francesca passeggia in riva al fiume cercando di avvistare
qualche uccello con il binocolo, durante questo viaggio ha scoperto
la passione per il birdwatching. Ad un tratto, la sentiamo chiamare:
“C'è un... un... un...” non le viene la parola dall'emozione, ma
corriamo tutti a guardare il punto del fiume che sta indicando,
appena in tempo per scorgere un grosso coccodrillo inabissarsi e
sparire. Era nella lista degli animali da vedere e, grazie alla Fra,
l'abbiamo spuntato anche se non abbiamo fatto in tempo a
fotografarlo. Era una bestia davvero enorme e si è lasciata dietro
una lunga scia di onde, mentre fuggiva disturbata da tanta
attenzione. Eddie ci spiega che la popolazione di coccodrilli è
cresciuta a dismisura perché vengono rilasciati qui anche quelli
recuperati dagli zoo di Giava e Bali e, in assenza di predatori,
hanno comodamente invaso le acque dove, fino a pochi anni fa, i
ragazzi nuotavano nelle giornate calde. È anche a causa dei
coccodrilli che l'anatra alibianche è in pericolo, oltre alla caccia
e all'inquinamento delle sue zone di residenza preferite.
Ci
rimettiamo in barca per tornare indietro proprio all'orario
consigliato dai dermatologi: l'una. Nemmeno i coccodrilli sfidano il
caldo a quell'ora. In pratica, non abbiamo navigato, ci siamo
arrostititi al sole. Decisamente, non l'escursione che mi aspettavo.
Non
appena sbarcati all'ufficio dei ranger, quello con la spazzatura
nelle aiuole, abbiamo cercato ombra e acqua fresca. Dino è andato a
prendere Dan e, intanto, si taglia altra frutta, attirando un gruppo
di macachi in cerca di avanzi. Si preparano anche tè e caffè che, non ci si crede, aiutano a sopportare meglio il caldo. Io voglio andare a fotografare gli
alberi lungo la strada da cui siamo arrivati la mattina, ma Kiki
segue gli ordini di Dan alla lettera: dobbiamo aspettarlo qui. Passa
il tempo, mi annoio e scatto qualche foto agli alberi più vicini e
all'insegna dell'ingresso della radura dove si sono appesi due
graziosi pipistrellini in attesa della sera. Pian piano, mi
allontano, sperando che Kiki non mi richiami indietro. Mi accorgo che
i miei &friends mi vengono dietro, anche loro annoiati
dall'attesa e, poco dopo, arrivano Kiki, Eddie e il ranger. Mi
seguono a distanza, non dovrei allontanarmi da sola, però sarebbe
scortese impedirmi di andare e i ragazzi sono combattuti. Mi viene da
ridere, sembra di giocare a un, due, tre, stella.

A
liberare tutti dall'imbarazzo, finalmente arriva Dan. Con lui
saltiamo sul pickup e partiamo nella frescura della foresta, questa
volta fermandoci a contemplare e fotografare la maestosità delle
piante che si intrecciano intorno a noi e su fino in cielo. Il
percorso verso l'uscita dal Way Kambas si trasforma in un safari
perché, passate le ore più calde, la foresta si rianima di uccelli
e scimmie. Avvistiamo macachi codalunga e siamang. Eddie salta giù
dal mezzo e li insegue con l'obiettivo tra gli alberi, mentre la Fra
è ormai un tutt'uno con il binocolo.
Incrociamo la pista che porta al sito della protezione rinoceronti e parliamo di quanto sia triste che ne siano rimasti così pochi da essere ormai considerati ufficialmente estinti. Al Way Kambas sono sette quelli che vivono nell'area del centro di monitoraggio e non ne sono stati avvistati di selvatici nel resto del parco dal 2017, né in altri parchi. "Chissà se sanno di essere gli ultimi della loro specie" mi domando ad alta voce "Spero di no" mi rispondono Dan e Francesca, sarebbe ancora più triste se si rendessero conto che non c'è nessun altro esemplare come loro al mondo e stanno per scomparire per sempre. Dan ci informa che ALeRT ha anche un piccolo sito in Kalimantan dove ne è rimasto soltanto uno. Mi viene piangere: uno, tutto solo. Ci dice che può organizzare di farcelo incontrare la prossima volta che torniamo in Indonesia. Io voglio andarci di sicuro, anche se so già che mi spezzerà il cuore, voglio andarci l'anno prossimo e raccontare la sua storia.
Vorrei
avere più tempo, vorrei restare a osservare la giungla che muta dal mattino alla sera, vorrei dormirci dentro e farne
parte. Mi sento a mio agio con i piedi nel fango, con le mani nella
terra, con le foglie nei capelli e non mi disturbano le creature che
riempiono di vita ogni angolo (tranne le zanzare, quelle devono
morire tutte), invece ho paura delle città, mi fanno sentire in
pericolo, sporca e malata. Non so spiegarmi da dove provenga questo
richiamo così intenso e profondo verso le foreste, forse in una vita
precedente ero davvero un albero. In fondo, sono figlia di Albero
Colombo.
Usciamo
dal Way Kambas e ci voltiamo tutti a salutarlo perché domani si
parte per Bali.